Ictus, quegli attacchi transitori da non sottovalutare

Importante ricordare l’esistenza dell’attacco ischemico transitorio (Tia) e cioè una temporanea interruzione dell’afflusso di sangue al cervello. In termini di prevenzione degli eventi cerebrovascolari, inoltre, non bisogna mai dimenticare l’importanza di agire sui fattori di rischio modificabili

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Quando si parla di ictus è importante ricordare l’esistenza dell’attacco ischemico transitorio (Tia) e cioè una temporanea interruzione dell’afflusso di sangue al cervello. In termini di prevenzione degli eventi cerebrovascolari, inoltre, non bisogna mai dimenticare l’importanza di agire sui fattori di rischio modificabili.

«Il termine attacco ischemico transitorio non deve indurre a sottovalutare l’urgenza di una valutazione per diversi motivi – spiega ancora la neurologa Luisa Roveri – Prima di tutto perché è impossibile sapere a priori se si tratta effettivamente di un evento transitorio.Gli eventi che regrediscono nell’arco di una finestra temporale di 24 ore vengono definiti transitori ma sappiamo che anche gli eventi che regrediscono dopo poche ore possono in realtà sottendere un infarto cerebrale».

Come sottolinea la specialista, infatti, tra i pazienti con Tia sottoposti a diagnostica avanzata con risonanza magnetica circa il 30-50% presenta una lesione infartuale.

«L’altro motivo è che a volte questi eventi transitori sono dei campanelli di allarme di una criticità di perfusione che potrebbe richiedere un intervento terapeutico tempestivo – aggiunge – . Il terzo aspetto è l’aumento della probabilità di recidiva a breve termine all’aumentare dei fattori di rischio (noti o misconosciuti)».

Per quanto riguarda la possibilità di recupero dei pazienti a seguito di ictus, questa è legata a molteplici fattori: tempestività della riperfusione, sede ed estensione dell’infarto cerebrale. «Ci sono altri fattori che sono importanti – dice - fra questi il percorso assistenziale in Stroke Unit e il percorso riabilitativo che non si esaurisce necessariamente con la durata del ricovero ma potrà proseguire anche per mesi con diverse modalità».

La prevenzione dell’ictus si basa principalmente sul controllo dei fattori di rischio, fra cui pressione arteriosa, dislipidemia e diabete mellito, iniziando con l’adozione di una dieta sana, la pratica regolare di attività fisica, l’astensione dal fumo e dal consumo di alcolici.

«Circa l’80% degli ictus è prevenibile – conferma Roveri – ecco perché la prevenzione primaria è fondamentale. Nei pazienti che hanno già avuto un ictus ischemico, la prevenzione secondaria prevede l’utilizzo di farmaci antitrombotici (anti aggreganti e/o anticoagulanti), lo stretto controllo dei fattori di rischio oltre di trasmettere al paziente l’importanza di un corretto stile di vita e dell’aderenza alla terapia. Per quanto riguarda la terapia antitrombotica, speriamo che i risultati positivi di alcuni recenti studi clinici internazionali, realizzati grazie al contributo dei pazienti alla ricerca clinica, portino all’approvazione dei nuovi farmaci che hanno dimostrato di ridurre il rischio di recidiva».

Negli anni sono state introdotte innovazioni su più fronti che hanno cambiato la prognosi dei pazienti con ictus. Partendo dalla presa in carico, ad esempio: la gestione dell’ictus in Lombardia si basa su una rete regionale di emergenza (Rete Stroke) che collega il pronto soccorso alle Stroke Unit ospedaliere dedicate per trattamenti tempestivi e riabilitazione.

«Le innovazioni hanno cambiato la gestione dell’ictus ma non dobbiamo dimenticare che ci sono due facce della medaglia – prosegue – se da un lato l’introduzione di trattamenti come la trombolisi e trombectomia ha segnato una rivoluzione portando l’ictus da patologia incurabile a curabile, dall’altro lato i dati epidemiologici sono meno confortanti». I dati, infatti, riportano che il numero di persone che rimangono disabili e che muoiono a seguito di ictus è quasi raddoppiato. L’ictus rimane la seconda causa di morte nel mondo, la prima causa di disabilità e una delle principali cause di demenza. «Disponendo di trattamenti efficaci e innovativi – conclude Roveri occorre potenziare al massimo la consapevolezza di malattia, l’accessibilità al trattamento (acuto e riabilitativo), e l’implementazione delle misure di prevenzione».

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