Dal Ticino a Como  per lo shopping  Annullate le multe
Il valico di frontiera di Como-Chiasso

Dal Ticino a Como

per lo shopping

Annullate le multe

Retromarcia deciso dal Consiglio federale. Illegittime le sanzioni durante il primo lockdown

È arrivato in modo (quasi) inaspettato il “mea culpa” del Governo di Berna, che ha ammesso “parziali carenze” (leggasi errori di forma e di sostanza, ndr) «per le sanzioni inflitte ad inizio pandemia legate al turismo degli acquisti», tenendo conto che a quell’epoca (era la primavera del 2020) era stata la Svizzera a frenare i propri concittadini in uscita dalla Confederazione. È stato lo stesso Consiglio federale a ricostruire la vicenda, spiegando che già dal 23 marzo 2020 l’Amministrazione federale delle Dogane aveva sanzionato chi non rispettava i divieti.

Complessivamente - ha fatto sapere Berna - le sanzioni tra il 30 marzo ed il 16 aprile 2020 avevano toccato quota 1.140, con una media di oltre 65 al giorno.

L’Amministrazione federale delle Dogane aveva poi provveduto ad annullarne - questo per dovere di cronaca - una cinquantina.

L’inghippo sta nel fatto che queste sanzioni erano state inserite nell’ordinanza Covid emessa da Berna solo a partire dal 17 aprile. Dunque, per i primi sedici giorni del mese - con la Svizzera alle prese con la prima ondata di contagi - ci si era basati unicamente sulla Legge sulle Dogane. Da qui il mea culpa seppur tardivo del Governo, che ha fatto sapere - notizia interessante anche al di qua del confine - che «una tale situazione non si ripeterà in futuro».

L’agenzia di stampa svizzera Keystone ha precisato che «le multe ingiustamente elevate saranno rimborsate». Ma c’è un altro aspetto interessante della vicenda e cioè che - sempre l’agenzia Keystone - ha messo in risalto il fatto che «il turismo degli acquisti avrebbe dovuto essere parte integrante di una delle riunioni del Consiglio federale». Circostanza che in realtà non si è verificata. Di certo, le mille e più sanzioni elevate nel periodo clou della prima ondata hanno inciso in maniera importante sull’esodo per gli acquisti verso l’Italia, alle prese con la prima severa “zona rossa”. Nella seconda ondata di contagi è poi stato il nostro Paese a imporre regole severe per l’ingresso, di fatto annullando sino al 1° giugno scorso il turismo svizzero dello shopping.

Berna ci ha tenuto anche a far sapere che quella decisione era stata presa «in un periodo molto breve» e sulla base di «informazioni incerte». Questo perché la scorsa primavera, nessuno sapeva quanto quelle restrizioni sarebbero rimaste in vigore. Di certo, il tema del “turismo degli acquisti” resta centrale nel dibattito politico svizzero. Uno studio targato Credit Suisse del 2019 - l’ultimo anno pre-pandemia - ha stimato in 8 miliardi di franchi il valore degli acquisti al di qua del confine. Un dato di tutto rispetto che ha imposto a Berna o meglio ad una parte della politica rossocrociata una riflessione sul da farsi, sfociata poi nella proposta di abbassare la franchigia sull’Iva per scoraggiare i “pendolari dello shopping”. Proposta che in realtà sin qui non ha riscosso grandi consensi.


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