Giovedì 30 Gennaio 2014

A chi giova l’accordo

tra Renzi e il Cavaliere

C’è qualcosa di tedesco, e dunque davvero di storico, nell’accordo alla base dell’Italicum: per la prima volta i due maggiori partiti di maggioranza e di opposizione si accordano sulle regole elettorali e sulle riforme istituzionali, un po’ come avvenuto in Germania con i vari esperimenti di Grosse Koalition.

In tal senso non hanno torto i berlusconiani quando osservano che il «patto dei patti» sottoscritto da Matteo Renzi e Silvio Berlusconi si riassume in quelle due parole pronunciate dal sindaco rottamatore dopo l’incontro con il Cavaliere: profonda sintonia. Il leader democratico ha abbattuto un muro: quello dell’incomunicabilità, della «subalternità» dice lui, della sinistra verso la destra, decretando di fatto la fine di un’era, quella dell’antiberlusconismo che rifiuta la contaminazione.

Renzi, con una buona dose di pragmatismo, ha dimostrato in poche settimane che l’intesa è possibile. Adesso deve trasferire tale dimostrazione di forza nelle votazioni parlamentari: dove la minoranza del Pd assicura di non voler tendere imboscate ma allo stesso tempo non si dà per vinta. In altre parole, la tenuta dell’accordo - violentemente contestato da tutti i piccoli partiti destinati a sparire dal Parlamento - è subordinata alla compattezza della maggioranza renziana e di quella forzista, fiancheggiate dagli alfaniani.

A ben vedere il vicepremier è quello che può tirare il sospiro di sollievo più forte: ha ottenuto soglie favorevoli per il Nuovo centrodestra e soprattutto l’allontanamento dello spettro delle elezioni anticipate. Per funzionare, infatti, l’Italicum è una legge che ha bisogno dell’abolizione del Senato: una modifica costituzionale che comporta quattro passaggi parlamentari e una prevedibile battaglia di logoramento con i parlamentari restii a fare la fine dei tacchini di Natale.

Ciò significa che il patto delle riforme guarda al 2015 e che gli alfaniani avranno tutto il tempo per organizzare il nuovo campo del centrodestra.

Certo, la battaglia dei partiti minori potrebbe infliggere ferite dolorose all’asse Renzi-Berlusconi-Alfano, ma il traguardo politico sembra ormai raggiunto: i partitini, come dice il segretario del Pd, non avranno più potere di ricatto e non saranno più possibili inciuci alle spalle degli elettori.

Anche Berlusconi, comunque, ha interesse a guadagnare tempo. La sua decisione di affidare a Giovanni Toti la regia del rilancio di Forza Italia ha determinato una mezza sollevazione dei colonnelli (Fitto dice esplicitamente che Toti non è il capo del partito): la richiesta della nomenclatura di procedere alla nomina degli organismi collegiali ha irritato il Cavaliere che dovrà sfoderare le sue migliori doti diplomatiche per recuperare il controllo della situazione. Ma il successo della trattativa con Renzi, che lo riporta prepotentemente al centro della scena politica. Adesso si apre in Forza Italia un’altra partita, anche perché Toti è uomo del dialogo e coltiva eccellenti rapporti con Alfano. Il successo del negoziato alla tedesca ha marginalizzato il ruolo del Movimento 5 Stelle, più volte invitato da Renzi a sedersi al tavolo: il referendum on line indetto da Grillo a questo punto appare superato.

Piefrancesco Frerè

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