Adesso solo Renzi

può battere Renzi

“Reveant” (più o meno dal francese “Fantasmi”). È ciò che disse Vittorio Emanuele III di fronte ai vecchi liberali giunti a San Rossore per chiedere al re un intervento contro Mussolini dopo la scoperta, nel 1924, del delitto Matteotti.

Una versione riveduta e adeguata al contesto dei “Reveant” può essere questa sorta di rimpatriata della destra di nuovo riunita (è riapparso persino Fini) nel tentativo di contrastare l’irresistibile ascesa di Renzi. Nell’attesa che l’ex Cavaliere finisca la sua pena e anche di fare i conti su quanto incassato dalle sue aziende con il patto del Nazareno, è difficile non constatare come il premier in un anno di governo si sia messo in tasca proprio tutti.

Si può discutere sull’efficacia delle riforme del governo guidato dall’ex sindaco di Firenze, ma è un dato di fatto che ormai, come l’airone Fausto Coppi dipinto da Mario Ferretti, Renzi è un uomo solo al comando. Solo nel senso di senza avversari. E magari Berlusconi potrebbe essere il Bartali che gli passa la borraccia. Si sono sprecati, non sempre a torto, i paralleli tra il vecchio e il nuovo presidente del Consiglio che hanno molti tratti in comune: la capacità di leadership, il carisma (anche e soprattutto mediatico), una certa spregiudicatezza e una passionaccia per il potere.

Ma tra due vi è una differenza che oggettivamente gioca a favore di Renzi. È difficile infatti dipingere quest’ultimo come il pericolo per la democrazia, il manganello catodico, l’incarnazione perpetua del conflitto di interessi. Tutti argomenti che per vent’anni sono stati utilizzati dalla sinistra e non solo per dare addosso al Cavaliere nero e cercare di contrastarne l’azione di governo.

Il Matteo della politica che non veste felpe toponomastiche, non possiede aziende nel campo della comunicazione o in altri settori in contatto con quello pubblico, non ha mai manifestato inclinazioni nostalgiche del fascismo, non è sospettabile di contatti passati con organizzazioni di malaffare e neppure ha quel gusto del pecoreccio che rischia (con il Rubygate) di portare nuovi guai a Berlusconi.

Qualche scheletro nell’armadio se lo porta dietro anche lui. Ma rispetto al predecessore sono davvero mucchietti d’ossa. Se vuoi attaccare Renzi lo devi fare sui contenuti dei suoi provvedimenti. Il che, oltre a richiedere una certa applicazione, ha poco appeal nei confronti della mitica “gente” con un numero variabile di “g” con l’indignazione sempre innesta e il vezzo del girotondo.

Ecco perché Renzi ha fatto il vuoto nel campo avversario, con l’eccezione di Salvini che utilizza più o meno gli stessi mezzi del premier ma guida un partito destinato a restare di cilindrata inferiore a quel Pd che ricorda sempre di più la magmatica balena democristiana partito pigliatutto (definizione che con buona pace dei maliziosi significa in grado di ottenere consensi da tutti i ceti sociali) che, guardacaso, ha governato per decenni senza opposizioni (il Pci era tagliato fuori dal fattore K inventato da Ronchey). Anche per questo la Terza Repubblica assomiglia sempre di più a una Prima 2.0.

Ora l’unico rischio per Renzi è quello di cadere nel tranello del delirio di onnipotenza, un diavoletto tentatore che sta sempre sulla spalla di chi può fare il bello e cattivo tempo senza che nessuno possa sbarragli la via. Solo Renzi, insomma, può battere Renzi.,

Un precedente democristiano e toscano (anzi mezzotoscano come lo definiva Giampaolo Pansa) fu quello di Amintore Fanfani che dopo il referendum sul divorzio vagheggiava sogni di riforme e repubblica presidenziale, ma proprio sull’indissolubilità del matrimonio, nel lontano 1974, finì a gambe all’aria. Se Matteo sarà più accorto potrà continuare a perseguire la sua azione di riforme dell’Italia e della politica. Quanto di più irriformabile vi sia in giro.

f.angelini@laprovincia.it

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