Da Villa Passalacqua  la ripartenza di Como

Da Villa Passalacqua

la ripartenza di Como

In principio fu la banca: l’Amadeo di via Giovio, assurta a simbolo della Como che perdeva i suoi gioielli e la sua identità. L’istituto di credito locale entrò nel Risiko delle aggregazioni cominciato negli anni ’80. Certo, altri e neppure molto lontano, aggregavano. Noi venivamo aggregati. E qualcosa avrebbe pure voluto dire. Cioè che il nostro pur solido, allora, e diffuso, sempre all’epoca, sistema produttivo non era in grado di innescare certi processi nell’ ambito creditizio. All’Amadeo seguì, per la solita logica, il Lariano. E ciao ciao banche comasche, proprio quando il colosso tessile iniziava a sentire l’argilla alle estremità inferiori. Lì Como ha cominciato a giocare in difesa, per conservare quello che restava, sempre di meno, specie dopo la grande crisi del suo comparto cardine partita con l’avvento dell’euro e l’irruzione della Cina con le porte del Wto spalancate in nome di una dissennata convinzione per cui la globalizzazione ci avrebbe regalato un mondo migliore.

Tutto, alla fine, anche gli attuali rivolgimenti politici, è partito da lì. Ma questa è un’altra storia che lambisce solo la piccola Como che aveva ripiegato rispetto al fallace vaticinio della città dei centomila abitanti e temeva il cupo destino di dormitorio di una Milano che pure non era ancora la metropoli cosmopolita dei giorni nostri a cui cominciamo a strizzare l’occhio con un po’ di ritrovato anche se timido orgoglio. Difesa, magari feconda, certo rassegnata di fronte a un destino cinico e baro, indipendente dalla nostra volontà. Ma difesa comunque vitale, individualista come il carattere del comasco, disillusa di fronte a una politica carica di promesse e povera di personalità.

Dopo le banche toccò al calcio. Finita la gloriosa epopea dei non del tutto comaschi Gattei e compagnia, precursori di un modello che l’Atalanta con altri mezzi avrebbe esaltato e tramontato il deamicisiano tentativo di Beretta, ecco Preziosi e dopo di lui un diluvio esogeno, interrotto solo dalla sciagurata parentesi di Porro jr e C. Non si sarebbe onesti se non si accennasse anche al giornale che avete tra le mani, vittima del medesimo catenaccio. E poi la Ratti, azienda simbolo del fulgore tessile, salvata dallo “straniero” Marzotto. Con la Mantero, invece, rimasta arroccata dalla tenace volontà dei famigliari rimasti al timone e tenuta a galla con i denti più che stretti. Infine la Canepa, costretta anch’essa alla resa e ad aprire le porte dall’invasore. Tutte avevano aggregato e inglobato altre realtà nell’era dell’oro prima di ripiegare. Dietro di loro l’olocausto di tante piccole e medie imprese con le spalle troppo gracili per contenere e tamponare il poderoso attacco avversario. Certo qualche fulgida sacchiana vincente eccezione rispetto al gioco in difesa c’è stata, ma frutto di genialità e tenacia imprenditoriale come l’acquisizione del marchio Moncler da parte di Remo Ruffini e l’espansione del gruppo Bennet di Enzo Ratti. Concreti funambolismi ma alquanto decontestualizzati.

Poi è arrivato il boom del turismo, come quelle evoluzioni determinate da circostanze eccezionali e irripetibili che cambiano il mondo. Anche qui però si è continuato ad arroccarsi, al limite con timidi e isolati tentativi di possesso palla, stroncati dal pressing di coloro che venuti da fuori acquisivano e trasformavano strutture: ville, alberghi e resort attorno all’usgerbo di Villa d’Este, troppo internazionalizzato per considerarsi solo patrimonio comasco. Vero che il comparto “holiday” rappresenta, in termini assoluti, ancora una parte non eclatante del Pil prodotto sul territorio. Ma se si calcola l’indotto, in termini di ricadute sul commercio e sull’ambito fieristico, forse le cifre e i significati vanno un attimino ritarati.

Per questo l’acquisto milionario di villa Passalacqua di parte di Paolo De Santis il principale imprenditore turistico locale, che da tempo ha compreso qual è la direzione del vento da seguire per stabilizzare la portata eccezionale del fenomeno sul Lario, cioè quella elitaria, del lusso che è un concetto già di casa per quanto attiene al nostro tessile moda e arredamento, è un forte segnale di ripartenza. Finalmente non si delega ad altri l’iniziativa di cogliere i frutti delle nostre potenzialità lasciandoci solo gli avanzi caduti dalla ricca tavola. Ora si tratta di capire se sarà solo un fuoco d’artificio come i tanti effimeri sparati negli ultimi tempi sullo sfondo del lago o qualcosa di più. La faccenda è maledettamente complessa intreccia molti ambiti come quello nella necessità di fare sistema, sempre invocato e poco praticato. E chiama in causa tutti gli attori volenti o nolenti, tra cui quello pubblico, che deve decidere se sostenere e appoggiare l’attacco o continuare il gioco speculativo che ha portato qualcosa ma non abbastanza. In questo caso la partita si gioca sulle infrastrutture di supporto, in primis la variante Tremezzina. Ma non c’è solo questo. L’impressione è che Como si trovi su un crinale. Vediamo se la spinta che arriverà, se giungerà, porterà nella giusta direzione.

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