Martedì 03 Settembre 2013

Debito e consumi

La ripresa è Lontana

Chi vede la luce in fondo al tunnel deve essere davvero dotato di una vista da civetta; lo invidiamo.

Vero che l’economia è molto sensibile alla psicologia e che, se si diffonde un po’ di ottimismo, male non si fa, ma anche le illusioni sono pericolose. La ripresa non viene la mattina, se la sera si è andati a letto con tutti i problemi di sempre.

La nostra economia è a macchia di leopardo e c’è chi sta meglio (imprese che esportano) ma gli indicatori complessivi rinviano almeno di 4-5 anni (totale 10 dall’inizio) il semplice ritorno alla situazione pre-crisi. Fino almeno al 2015/16 non si vede spazio per nuova occupazione; al massimo si riassorbe un po’ di quella a rischio.

Né deve trarre in inganno il raffreddamento dello spread. Non solo stare attorno a 250 è pur sempre scomodo (quando al Tesoro c’era Padoa Schioppa e la Germania – è vero – stava peggio, eravamo a quota 50 o anche meno…), e solo uno spread a 100 potrebbe essere il segno di una vera svolta. La Spagna del resto aveva 100 punti più di noi, ed ora ci sta sorpassando in discesa. Ma se per lo spread dobbiamo se mai ringraziare Draghi, c’è quasi ogni settimana suspence nelle aste dei titoli pubblici (che poi per fortuna vanno bene e questo significa almeno che nessuno per ora scommette sulla nostra fine). Nel primo semestre, però, il debito è cresciuto in cifra assoluta di quasi 90 miliardi. Se l’esposizione cresce e il Pil cala (quest’anno di nuovo tra -1,5 e -2) la matematica ci farà salire al 140% del Pil in poco tempo. Ci sono Paesi che puntano scientemente sull’indebitamento o come gli Usa lo usano a fisarmonica. Il Giappone ci marcia e il premier Abe ha vinto due volte le elezioni su questo. Noi però non possiamo adottare una politica di indebitamento a insaputa dell’Europa. Anche se nessuno ne parla, abbiamo anzi preso un impegno opposto, obbligandoci per 20 anni a metter da parte almeno 50 miliardi anno per scendere al fatidico 60%!

Troppo astruso il discorso sul debito? Parliamo allora di tasse. Dopo aver litigato per mesi attorno ai 250 milioni del gettito Imu delle prime case dei ricchi da esentare, abbiamo forse cambiato strutturalmente le politiche fiscali? Abbiamo cambiato i nomi, questo si, ma è pensabile che la nuova “service tax” (che non è tutta fiscalità generale ma dovrà pagare costi reali dei comuni) sia meno elevata della somma della ex Imu e della ex Tares? E comunque, per finanziare tutto questo, nelle pieghe del decreto ci sono altre tasse e accise, (sia pur per settori “antipatici”, che comunque concorrono al Pil), e c’è anche lo scherzetto del taglio alla deducibilità delle assicurazioni sulla vita e gli infortuni (125 euro di Irpef in più per 6 milioni di persone).

Terzo elemento, cui una ripresa è indiscutibilmente legata: il sostegno dei consumi. Beato il teorico della decrescita felice, Serge Latouche, che pensa (lo ha raccontato alla platea chic di Capalbio a Ferragosto) che tutto si risolverebbe abolendo auto, pubblicità, turismo e viaggi in aereo. Grillo e Casaleggio, che a lui si ispirano, hanno fatto di più, cercando di ammazzare le esportazioni di parmigiano e culatello che sarebbero inquinati dal modernissimo termovalorizzatore di Parma che il malcapitato Sindaco 5S ha “dovuto” aprire…

Per far ripartire i consumi, occorre rimettere nelle tasche dei dipendenti un po’ del cuneo fiscale (questa si che sarebbe una svolta), e intanto non alzare ancora l’Iva, imposta già di per sé iniqua perché uguale per ricchi e poveri. Unico dato positivo il rallentamento dell’inflazione, che potrebbe dare spazio a nuovi timidi consumi, ma siamo davvero mal ridotti se dobbiamo attaccarci alla canna del “meno male che i prezzi salgono meno”.

Beppe Facchetti

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