E adesso il virologo
torni in reparto

E adesso il virologo torni in reparto

E così, è bastato qualche mese di dirette televisive per far sì che anche l’Esperto, il Competente, il Professore, il Saggio, il Luminare, insomma, il Virologo, venisse trasformato in una ridicola macchietta.

Ci avevamo puntato così tanto, noi poveri ingenui, dopo anni e anni di dittatura dell’uomo qualunque, dell’uno vale uno, del popolo bue, della gente, della massa, della casalinga di Voghera che può fare benissimo il sottosegretario dell’Economia, del bibitaro del San Paolo che può fare ancora meglio il ministro degli Esteri, sulla rivincita di quelli che sanno le cose, di quelli che hanno studiato, di quelli che hanno competenze e abilità e professionalità, in modo da rimettere finalmente a posto le gerarchie, i criteri di selezione, i codici di comportamento.

Diciamoci la verità. Se c’era un aspetto positivo, almeno uno, nella sciagura del Covid 19, beh, quell’aspetto positivo era proprio quello: aver fatto piazza pulita dei fanfaroni, dei chiacchieroni, dei cialtroni, di quelli che lisciano il pelo all’uomo della strada illudendolo che chiunque possa fare qualunque cosa, tesi tra l’altro dimostrata proprio da loro stessi, visto che gente che non ha mai studiato, non ha mai lavorato, non ha mai gestito nemmeno un bar oggi decide sui destini della nazione, tirandosela pure da De Gaulle o da De Gasperi. Mentre è invece vero il contrario. Un singolo può fare una singola cosa ed è già tanto se riesce a far bene almeno quella singola cosa, principio fondamentale di civiltà e buonsenso riassunto nell’immortale brocardo dell’antica saggezza milanese “ofelè fa el to mesté”.

Poveri illusi. Sperare nei virologi, negli infettivologi e negli epidemiologi è stato un disastro. Una vera Caporetto. Ma non tanto per la divaricazione a tratti davvero feroce tra le scuole di pensiero e tra le ricette alternative per contenere, gestire e sconfiggere il virus, la scienza non è mai scienza esatta e di fronte a un soggetto nuovo e sconosciuto è, purtroppo, del tutto naturale che ci sia discordanza di vedute all’interno della comunità scientifica: non è questo il sale della ricerca? No, il tema non è tanto quello della spaccatura insanabile tra clinici e analisti di laboratorio, tra fautori del tampone universale e quelli del tampone ponderato, tra quelli della chiusura totale di ogni attività e quelli della convivenza forzata e bla bla bla. Il disastro è molto più grave e, per quanto possa suonare blasfemo nel bel mezzo di una situazione drammatica come quella attuale, addirittura spassoso.

Il vero tema, che non riguarda tanto la virologia quanto invece l’antropologia, è che questi professoroni ormai notissimi al pubblico generalista, visto che sbucano a ogni ora del giorno e della notte su qualsiasi rete televisiva, non hanno retto, come d’altra parte accadrebbe a chiunque altro, il passaggio immediato e ubriacante dall’anonimato alla celebrità. In questi mesi abbiamo assistito impotenti, ma anche ipnotizzati, via via che le trasmissioni si susseguivano e che la malìa demoniaca della telecamera e del narcisismo catodico facevano il loro corso, alla trasformazione di timidissimi e impacciatissimi primari ospedalieri, che fino a quel momento avevano vissuto come massimo della visibilità la partecipazione a un simposio nella sala conferenze di Precotto sulla peste suina ai tempi di Alarico, in istrionici, egocentrici e assatanati animali da ring televisivo, pronti a prendersi a torte in faccia davanti a milioni di spettatori.

Tanto è vero che nel giro di pochi giorni, negli autorevolissimi e per nulla demagogici talk show che ingorgano i palinsesti, si è passati da dibattiti in punta di fioretto tra esperti di pandemia, con interlocuzioni da perfetti cicisbei salottieri tipo “mi scusi”, “ma prego”, “convengo con questa sua acuta analisi dei dati”, “colgo una leggera, ma interessante discrasia nel suo ragionamento”, alla televendita di materassi, alla lotta nel fango, al getto del nano alla fiera del paese, con allegati insulti a mogli e fidanzate, fino allo svaccamento finale sulla politica da osteria con tanto di “sessantottino comunista!” o “servo di Berlusconi!”. Tutto vero.

Uno spettacolo degno de “I mostri” di Dino Risi o, ancor meglio, del “Roma” di Fellini nella celeberrima scena dell’avanspettacolo con Alvaro Vitali che balla il tip tap e il lancio del gatto morto sul palcoscenico.

Ma, in fondo, non è neppure colpa loro. Anche loro, nonostante i loro titoli, le loro lauree e il loro riconoscimenti scientifici, sono degli esseri umani e in quanto esseri umani soggiacciono a tutti i peccati capitali che il buon Dio ci ha lasciato in eredità e che vengono mille volte amplificati dallo stile di vita insulso e meschino che contraddistingue le opulente, vecchie e frustratissime società occidentali. La frustrazione piccolo borghese è il dato distintivo, anzi, il vero male incurabile, molto più del Covid, del nostro organismo sociale.

Ed è un virus che contagia tutti, ma davvero tutti i suoi componenti, diffondendo questa ansia sottile e tragica, questa voluttà impotente di essere sempre da qualche altra parte rispetto a dove si è in quel momento, di essere qualcosa d’altro, qualcosa di più, rispetto a quello che si è, così magistralmente e impietosamente analizzata da Flaubert in “Madame Bovary”. E così, appena si presenta l’occasione, la ribalta televisiva e digitale, appunto, ecco emergere il peggio del peggio di te. Non c’è niente da fare: basta un primo piano in diretta tivù e un essere umano diventa un guitto.

Alla fine, su questo aveva ragione Pasolini - autore che non fa affatto parte del Pantheon di chi scrive questo pezzo, ma proprio per niente - che sull’autoritarismo innato e congenito dello strumento televisivo e sullo snaturamento che opera sulla vita degli uomini aveva elaborato in tempi non sospetti un ragionamento magari discutibile, ma profondissimo. Prima i signori virologi torneranno in reparto a lavorare, meglio sarà per tutti. Soprattutto per loro.

@DiegoMinonzio

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