Emergenza le parole   stanno a zero

Emergenza le parole

stanno a zero

La prossima volta che qualcuno si indigna, si allarma o si straccia le vesti perché i movimenti antieuropeisti continuano a guadagnare consenso alle elezioni, invitatelo alla stazione San Giovanni di Como. Perché l’Europa finisce anche e soprattutto qui. Quell’Europa occhiuta nell’imporre le misure delle zucchine ma inadeguata e indolente nella gestione della crescente emergenza migranti. Perché non basta Frontex, non è sufficiente occuparsi solo all’inizio dei flussi di disperati in fuga da guerre, carestie e regimi sanguinari. E oltretutto la normativa europea sul diritto d’asilo crea complicazioni e drammi sociali. Possiamo fare tutte le Ventotene che vogliamo, ma se l’Europa consente che le frontiere si chiudano senza muovere un dito, non ci sarà mai l’Europa. La verità è che l’emergenza migranti è gestita con la logica dello scaricabarile. La patata bollente è lasciata in larga parta ai singoli stati. Chi può, a questo punto, erige muri e chiude le frontiere a doppia mandata. Chi non può come l’Italia, dove la principale frontiera è rappresentata dal mare, si arrangi. Ma anche lo Stato italiano si adegua allo scaricabarile. Al fatto che prima 100, poi 200, quindi 300 e ora 500 essere umani siano ridotti ad accamparsi dentro una stazione ferroviaria nella speranza di poter saltare su un treno che li porti dove vogliono arrivare (in Germania) e dove non è detto che li accolgono, è stata opposta quella noncuranza con cui si affrontano i problemi spinosi nella speranza che prima poi si risolvano da soli, magari con l’arrivo di temperature meno miti che costringano queste persone a disperdersi. Forse non è così, però i fatti sono questi. Agli enti locali, al Comune di Como su tutti, si può imputare ben poco. Magari una maggiore attenzione, una cura più dettagliata nell’assistenza. Ma palazzo Cernezzi, bisogna essere onesti, non ha la possibilità di affrontare in maniera risolutiva questa emergenza. Bene ha fatto l’assessore Bruno Magatti a chiamare in causa in maniera perentoria quello Stato finora distratto o indifferente. Bene hanno fatto i parlamentari locali Chiara Braga e Mauro Guerra a sollecitare Roma. Perché, francamente, non ce ne voglia la Lega, la raccolta di firme per lo sgombero è solo propaganda. Al di là degli aspetti umanitari, come si può pensare di mandare via chi, trasportato mille e rotti chilometri più a Sud, a Taranto, ritorna nel giro di un paio di giorni? Non è questione di buonismo: siamo di fronte a un’emergenza che va affrontata con la soluzione più efficace e immediata, ben sapendo che non esiste quella perfetta. Adesso però le chiacchiere stanno a zero. Le immagini della stazione e dei giardini non sono la vergogna di Como, ma dell’Italia e dell’Europa. E le parole dell’ex assessore Patrizia Maesani, impegnata come volontaria nell’ex assistenza, sono la sintesi più efficace: “Prima aiutiamoli, poi discutiamo”. Anche dello status di queste persone che prima di essere richiedenti asilo o clandestini sono bisognosi.

Adesso, forse si intravede una soluzione, grazie anche alle sollecitazioni di questo giornale, sempre in prima linea sui problemi che riguardano la comunità comasca. L’invito ad accogliere i migranti in una struttura fissa, lanciato attraverso la proposta della caserma De Cristoforis sotto utilizzata (era solo un esempio) è stato accolto dall’autorità. Però non basta ricevere e condividere l’input e neppure trovare una soluzione. Bisogna farlo in fretta. Perché ogni giorno è una pena. E l’ammirevole rete del volontariato, delle parrocchie e della Croce Rossa può reggere ma non all’infinito. Così come le forze dell’ordine che sono quasi allo stremo nell’impegno di controllo e tutela delle persone accampate in qualche modo a San Giovanni. Ora c’è l’impegno, ed è qualcosa, ma mancano le certezze. E lo Stato, oltre a trovare una soluzione per la provvisoria ospitalità di questi esseri umani, donne, bambini e uomini, deve anche muovere la diplomazia, se occorre ci si consenta il paradosso, in maniera poco diplomatica per convincere la Svizzera e la Germania - così come la Francia e l’Austria, perché l’emergenza comasca è anche figlia delle frontiere chiuse al Brennero e Ventimiglia - a fare la propria parte. Se davvero esiste un’Europa, che non sia solo l’enorme invasivo apparato burocratico di Bruxelles, è il momento di dimostrarlo. Altrimenti si daranno altre ragioni a chi sostiene che questa Europa non ci serve. Anzi ci danneggia.


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