I sindacati oltre il nome

quando Como batte l’Italia

Che cos’è un nome: il quesito di Shakespeare non perde poesia, trasportandolo nel mondo attuale. Neanche quando si toccano temi come la rappresentanza.

Perché oggi ciò che non ha la minima poesia, è la delicata situazione in cui il Paese si dibatte ancora. Non più solo per la debolezza economica, visto che timidi segnali di vitalità si colgono via via, anche a Como. Piuttosto, perché per un’economia cambiata, altri mutamenti, profondi, devono avvenire nel tessuto politico e in quello sociale.

Ieri la provocazione positiva di Alessandro Tarpini (Cgil) sul sindacato unico o unico confederale - si chiami come si vuole, che cos’è un nome, appunto - ha innescato un dibattito tra i colleghi della Cisl e della Uil. Ha ricordato un percorso che quando è stato condiviso, ha portato frutti positivi, ad esempio nel gestire le drammatiche crisi di aziende in questi anni. E certo, ha fatto emergere pure le differenze.

Poche ore dopo, a Firenze Susanna Camusso si è rivolta in modo analogo alle altre organizzazioni sindacali e ha affermato che «serve una nuova stagione unitaria». Aggiungendo prontamente: «Apriamo un cantiere subito, oggi». Rinnovare i contratti, cambiare la legge sulle pensioni e recuperare più soldi per i lavoratori sono i cardini citati per lavorare insieme.

Como ha giocato d’anticipo, ancora una volta. E anche se certe decisioni - per diverse, pratiche ragioni - vanno prese a livello nazionale, può fare la differenza. È già accaduto in tante maniere, in circostanze anche molto differenti. Ad esempio, è riuscita a mettere insieme imprenditori e sindacati in uno strumento come il tavolo per la competitività e lo sviluppo, quindi non solo nell’affrontare le varie emergenze, ma nell’individuare strategie condivise per il futuro.

Non sempre a lieto fine: si pensi al fondo di solidarietà che doveva aiutare i disoccupati a formarsi e cercare nuove chance di lavoro, puntualmente arenato per colpa della solita burocrazia.

I sindacati lariani, in ogni caso, hanno spesso agito insieme. Dove non è accaduto - e torniamo nelle vertenze delle imprese - purtroppo si è visto e c’è la consolazione che ciò sia avvenuto raramente.

Le organizzazioni sindacali hanno anche la consapevolezza di non essere nella lista dei preferiti degli italiani (che pur li “usano” quando c’è da rivolgersi ai Caaf, per fare un esempio). Loro, come i partiti (che vanno anche peggio), ma da questi giudizi non sono immuni molte categorie.

Al che si possono trarre diverse conclusioni. Siamo finiti, andiamo avanti finché si può. Ci si può rassegnare al declino. Oppure si può decidere di guardare profondamente dentro di sé e poi a chi affronta lo stesso cammino. Oltre i nomi, oltre gli steccati viene meglio.

m. lualdi@laprovincia.it

@MarilenaLualdi


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