Il futuro dello stadio  è quello della città

Il futuro dello stadio

è quello della città

“C’è un grande passato nel nostro futuro”, è lo slogan del delirante proclama di Ugo Tognazzi onorevole Tritoni con le mani perennemente spugnose nello strepitoso “Vogliamo i Colonnelli”, parodia di Mario Monicelli del golpe Borghese. Ma, più seriamente, il motto potrebbe calzare bene anche all’architettura razionalista, una volta depurata dalla contaminazione fascista, inevitabile vista l’epoca. La stessa in cui venne realizzato lo stadio intitolato a Giuseppe Sinigaglia che di quel contesto urbano razionalista con il Monumento ai Caduti e il “Transatlantico” è parte integrante. Un’area gioiello di Como quella delimitata dai giardini a lago e dell’aereo club che potrebbe brillare di più. Oggi, al netto delle funzioni sportive, è più che altro un grande parcheggio a cielo aperto, spesso invaso dai bus turistici e con sacche di degrado e trascuratezza. Come il recupero dell’ex Ticosa rappresenta il fulcro attorno a cui far ruotare la rinascita dell’asse San Rocco-San Rocchetto con la basilica di Sant’Abbondio nel mezzo, il Sinigaglia è quello per riqualificare tutta l’area anche in funzione della crescente esplosione del turismo a Como.

Bisogna dire la verità: la questione procede da decenni con il freno a mano tirato per il dubbio costante, al di là delle alterne vicende della squadra cittadina, sull’opportunità di mantenere in quella zona lo stadio con tutti gli annessi e connessi determinati bisettimanalmente dalle partite o invece confinarlo in un’area ultra periferica tipo la piana di Lazzago o addirittura fuori città. Se ne discetta fin dagli anni ’80 del secolo passato anche dopo che il vincolo monumentale sulla struttura posato dalla Sovrintendenza ha giocoforza placato alcuni robusti appetiti speculativi. Ma la questione rimane tuttora qualcosa che assomiglia alla brace che cova sotto le ceneri.

Il nodo gordiano sulla permanenza o meno del Sinigaglia potrebbe essere sciolto nel momento in cui alla primaria funzione degli stadi, quella di ospitare partite di calcio o altri eventi sportivi, se ne affiancassero altre: quelle connesse alle strutture moderne polifunzionali su cui l’Italia viaggia in grave ritardo rispetto agli altri paesi calcisticamente evoluti dell’Europa. In questo senso la collocazione del nostro catino stadio che si bagna i piedi nel più bel lago del mondo diventa un atuot di grande valore. Ammesso che qualcuno abbia intenzione di giocarselo. Ci hanno provato in parecchi senza successo. Ora a cimentarsi è la nuova proprietà del Calcio Como che non fa mistero di aver optato per la squadra azzurra anche, se non soprattutto, per le potenzialità e l’attrattività del Sinigaglia. Che messo così però assomiglia a una vecchia signora che conserva solo qualche sprazzo dell’abbacinante bellezza di un tempo. La sua fortuna è che un buon lifting potrebbe consentirgli di giocarsi ancora le sue carte fascinose. L’intervento si potrebbe fare e c’è anche il chirurgo, o meglio, il primario pronto a dirigere l’equipe di operatori. Si chiama Michael Gandler ed è il nuovo patron del Calcio Como. Il lifting che lui propone vale 60 milioni. Il Comune proprietario invero un po’ distratto dalla struttura è l’altro attore in scena. L’obiettivo della società è duplice: avere il Sinigaglia agibile per la sua funzione primaria cioè quella sportiva e riammodernato per quelle secondarie (spazi vip, negozi parcheggi ecc… tutto quello che caratterizza un impianto moderno).

Queste ultime, ammesso che non lo sia anche la prima, rappresentano una grande opportunità per la città, quella di mettere mano a un’area che, con la necessaria sistemazione dei giardini a lago dopo la rinuncia da parte del Comune a un progetto già avviato e finanziato, offre potenzialità enormi dal punto di vista turistico. Si può operare in tanti modi, anche magari attraverso il coinvolgimento di altri soggetti privati. L’importante è che l’amministrazione, com’è accaduto nel passato, non vanifichi tutto con le incertezze, l’inettitudine politica e le pastoie burocratiche. Non c’è niente di meglio per scoraggiare anche chi arriva con le tasche foderate, oltre che di palanche, di buone intenzioni. Fondamentale è crederci nello stadio Sinigaglia, lì dov’è ora. E non è così scontato alla luce dell’atavico e tormentato rapporto dell’impianto con una parte della città. Quello trainato da Gandler è un altro treno che passa da queste parti. Si può scegliere di saltarci sopra, o, com’è accaduto in passato, di lasciarlo andare senza la certezza che ne arrivi un altro. In ogni caso è un convoglio che va veloce, più degli ingranaggi, poco oliati di palazzo Cernezzi.


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