Il lungo sonno  delle monete e di Como

Il lungo sonno

delle monete e di Como

Fino a un annetto fa a Como c’era la giunta Lucini. E per noi in redazione era una tragedia. Non si sapeva come tirar sera. Che noia che barba, che barba che noia, sempre noi e loro, loro e noi. Non succedeva mai niente. E poi tutti perfettini e tutti professorini e tutte madonnine infilzate e tutti con quell’aria da coadiutori dell’oratorio, da perbenisti azzimati, da antropologicamente superiori rispetto alle plebi e alle masse e al popolo bue, gli unici puri e onesti e trasparenti e immacolati e democratici e pluralisti e antifascisti e bla bla bla. Insomma, i soliti grigiori alla De Sica (Vittorio), le solite menate di quelli di centrosinistra. Diciamoci la verità: due palle…

Ma nella primavera dell’anno scorso, che Dio l’abbia in gloria, è arrivata la giunta Landriscina. Ed è stata una bomba di Gerovital. Risate, frizzi, lazzi, cotillon, piroette, calambour. Non passa giorno che a noi miserabili pennivendoli non vengano regalati scampoli di ilarità degni del miglior De Sica (Christian). L’ultimo episodio davvero spassoso risale a pochi giorni fa, quando in via Diaz è stato scoperto un tesoro romano, centinaia di monete d’oro che rappresentano il più importante ritrovamento di sempre nell’Italia settentrionale. E quando, durante la conferenza stampa alla presenza del ministro ai Beni Culturali, il sindaco ha annunciato che il Comune elaborerà un “progetto di altissima ambizione” per valorizzarlo, all’improvviso si è creato un attimo di silenzio, un silenzio immoto, un silenzio profondissimo, un silenzio religioso, un silenzio di neve. Poi, dai quattro angoli della provincia lariana, dal Breggia al Cosia, dal Baradello al Palanzone, si è riversata sugli astanti un’oceanica, pantagruelica, omerica risata.

E subito la memoria è andata alla sagacia e alla lungimiranza che ha contraddistinto la gestione della cultura in città in questi ultimi lustri, equamente caratterizzati dalle mostre circensi della giunta Bruni, nelle quali svettavano il lancio del Nano, la Donna Cannone e il Pagliaccio Baraldi, da quelle sepolcrali della giunta Lucini, predilette dall’associazione depressi cronici e dai cultori dell’esistenzialismo norvegese, e dall’esposizione permanente dei Musei civici, visitata negli ultimi secoli solo da alcuni ergastolani in permesso premio e da svariate sagome di cartone.È quindi con assoluta fiducia che si attende il piano organico del Comune, che sul valore e il richiamo delle monete romane costruirà un tale indotto culturale e turistico planetario da trasformarle nell’Esercito di terracotta di Como. Impresa per la quale la nostra classe dirigente, dotata di una competenza, managerialità e spirito di intrapresa che si spinge addirittura ai confini con Lipomo, è pronta e attrezzata.

Però, non bisogna essere ingenerosi. Va bene, la cultura non è il suo forte, anche perché è roba da ricchi, da élite, da casta, da potenti che stanno in terrazza, che hanno tempo da perdere, mentre noi siamo gente del popolo, onesta, robusta, verace, che dice pane al pane e si confronta con i valori veri della vita, fattiva, pragmatica, alla mano e via sovraneggiando e, quindi, l’esecutivo ha come priorità l’essere adeso, coeso e proteso alle esigenze della gente comune. Un esempio per tutti, la manutenzione dei cimiteri, atto primario di rispetto nei confronti dei nostri cari. Altro argomento, che, non fosse per il contesto sacro, ha riservato quest’estate momenti di indicibile buonumore. La giunta ha affrontato da par suo un’emergenza di clamorosa difficoltà. Il taglio dell’erba. E già. Il taglio dell’erba è un problema. Il taglio dell’erba è un bel problema. Il taglio dell’erba è lo snodo decisivo delle società complesse del terzo millennio - altro che migrazioni, terrorismo e rivoluzione digitale - irto di difficoltà tecniche al limite dell’impossibile. Che fare? Come procedere? E tutti lì a pensare, a ponzare, a grattarsi la pera e come si fa e chi lo fa e a chi giova? Un rebus da spaccarsi la testa, che ha angustiato per settimane anche un gigante del Novecento come l’assessore al Patrimonio, che dalle spiagge della Sicilia monitorava ora dopo ora, un po’ come Churchill durante Dunkerque, gli sviluppi della vicenda. Nel frattempo i rovi lutulenti crescevano infestando tombe e vialetti e proprio mentre l’assessore iniziava a temere di essere rincorso da una folla iraconda armata di picche, per fortuna sono entrati in scena gli Alpini (corpo nobilissimo al quale chi scrive si onora di appartenere), che in due giorni hanno fatto al cimitero di Albate, a titolo personale e ovviamente “a gratis”, quello che il Comune non è stato capace di fare in tre mesi. Statisti. Ora mancano gli altri camposanti cittadini, per sistemare i quali sono già accorse a sostegno di palazzo Cernezzi alcune realtà di comprovato spirito civico: l’associazione Vedove cattoliche, i reduci di Custoza, i nazisti dell’Illinois, i prepensionati del Catasto di Aci Trezza, i saltimbanchi del Circo Medrano e, a chiudere, l’arbitro Ceccarini&Luciano Moggi.

Sempre che queste risorse vitali non vengano indirizzate verso un’altra emergenza di stringente attualità e complicatissima soluzione. Gli orologi. Gli orologi pubblici della città, rotti da anni e che offrono ai turisti momenti di simpatico svago nel leggere i diversi fusi orari che si attraversano dal lungolago alla città murata. Anche qui, un problema irrisolvibile. Aggiustare un orologio. Facile fare proclami. Ma come si fa? Chi ci pensa? Di chi è la colpa? E ci vuole la gara e ci vuole il bando e ci vuole la deroga e ci manca il budget e bisogna prendere una decisione condivisa e serve una verifica di maggioranza e urge un gabinetto di crisi. E intanto il tempo passa, i figli crescono, le mamme imbiancano, i rovi germogliano, le lancette languiscono, paratie e Ticosa si ossidano, le monete attendono. D’altronde sono nella città giusta. Hanno dormito sottoterra per millesettecento anni, cosa vuoi che sia per loro aspettare che i nostri eroi si diano una svegliata?


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