Il nostro appello  ai comaschi migliori

Il nostro appello

ai comaschi migliori

Il dolore. La sua cognizione. La sua pedagogia. La sua presenza silenziosa che informa da sempre e per sempre il tragico mondo degli uomini. Metafora assoluta - assieme alla solitudine - dell’esistenza, alla quale si cerca disperatamente di dare una logica, un motivo, una ragione, un fine. Perché è vero che se Dio non c’è, allora il dolore non ha senso.

E anche se non bisogna andare lontano per vederlo manifestarsi, visto che ogni persona, ogni piccola persona che incontriamo per la strada ne porta in dote la sua misura, in alcuni casi ti si presenta di fronte in termini assoluti, totalitari, insopportabili. Uno di questi, un caso reale, un caso tangibile che abbiamo vissuto e raccontato passo passo sul nostro giornale - non una di quelle storie che rimbalzano da quegli angoli sperduti del mondo che sono talmente lontani da non sembrare nemmeno veri, scampoli di una fiction sceneggiata a tavolino - è quello di Loubna Jamal, la madre dei quattro bambini uccisi a Como il 20 ottobre 2017. Ricordate? Un padre che ammazza scientemente i propri figli e se stesso. Una madre sola e senza più niente. Niente famiglia. Niente affetti. Niente casa. Niente soldi. Niente speranza. Niente di niente. C’è qualcosa di più disumano di questo? Quale abisso può essere scavato oltre questo sfregio, simbolo assoluto della condizione umana? Niente. Niente davvero. Ed è incredibile che una persona possa ancora esistere, vivere e respirare dopo aver passato un’esperienza del genere, che poi in fondo non passa mai e che come una goccia cinese continua a essere rivissuta ogni giorno. Quando chi scrive questo pezzo ha incontrato qualche giorno fa Loubna assieme a Paolo Moretti - il cronista di razza e di grande sensibilità che l’anno scorso ha seguito tutta la vicenda e che ieri ha firmato un’intervista straziante ed esemplare - ha capito per davvero quanto siano deboli e vuote e insignificanti le parole di fronte agli strappi della vita e quanto siano impotenti nel rappresentarla. Non c’è nulla, davvero nulla che possa raccontare l’indicibile.

Ma questa è filosofia, queste sono chiacchiere. L’unica cosa che un giornale come il nostro possa fare oggi, che tutti noi possiamo fare oggi, non è certo cercare di dare un senso a quello che senso non ha, ma di costringerci a non pensare solo ai morti - che sono sacri, sia i bimbi sia il padre, e che devono essere conservati nello scrigno della memoria - ma soprattutto ai vivi. Nei giorni e nelle settimane successive alla strage ci siamo tutti concentrati sulla contabilità delle vittime, sulle ragioni della follia, sui verbali delle forze dell’ordine, sulle perizie psichiatriche, sulle responsabilità del Comune e del Tribunale, sulla raccolta fondi per le altre famiglie in difficoltà e su tante altre cose. Non ci siamo concentrati - noi per primi - sull’unica cosa che era davvero importante. Sui vivi. Sull’unica superstite di quella tragedia. Sulla mamma. E abbiamo dato per scontato che tutto fosse a posto, che Loubna fosse protetta e accudita e supportata in tutte le sue esigenze psicologiche e materiali, perché è lì che si vede la stoffa, la cifra di una città, di una comunità, di uno Stato. E invece ci sbagliavamo. E bene hanno fatto a ricordacelo a schiaffoni qualche settimana fa l’avvocato Anna Paola Manfredi e Beatrice Caproni, le due lariane benemerite grazie alle quali, e a titolo strettamente personale, Loubna non è finita sotto un ponte assieme a tutti i suoi fantasmi.

Quella donna è stata abbandonata, questa è la verità. Nelle pagine che il nostro cronista ha scritto su “La Provincia” lungo tutto questo anno si evidenziano i buchi, le assenze, le negligenze, le incompetenze e le amnesie di una rete di assistenza che a tutto avrebbe dovuto pensare e che invece ben poco ha pensato e molto meno ha fatto. Ora, senza entrare nei tecnicismi, nei busillis e nei codicilli, questo in una città civile non può accadere. Nell’intervista pubblicata ieri lei non chiede nulla, non chiede carità né elemosine né compassione né redditi di cittadinanza o altre buffonate ideate da qualche statista scappato di casa. Chiede solo un lavoro, un lavoro come tutti gli altri, grazie al quale poter conquistare una minima indipendenza, poter tentare di rimettere assieme i pezzi della sua vita e, prima cosa in assoluto, avere i soldi per pagare le lapidi dei quattro figli uccisi, che ora riposano nel cimitero di Camerlata. C’è una nobiltà profondissima in questo appello, un profondo senso del valore del lavoro, perché il lavoro non è fatica, non è un giogo, non è una garrota dalla quale affrancarsi per godersi il famoso tempo libero - quell’entità mitologica di cui tutti straparlano, ma che non è altro che una grandissima, straniante finzione sociale - no, il lavoro è cultura, dignità, rispetto di sé, rispetto della persona, che con il suo impegno guadagna il pane per la propria famiglia.

Ed è proprio quello che questa città ricca di storia e priva di ubbie, questo territorio ricchissimo, questa comunità colta e solidale - che se ha raccolto in poche settimane duecentomila euro per un canile andato a fuoco, di certo saprà valutare il valore di una vita umana rispetto a quello di un cane - “deve” a Loubna. Questo il suo appello, questo l’appello de “La Provincia” ai comaschi migliori, che sono tanti. Lei ha bisogno di un lavoro. E stiamo parlando di un lavoro non qualificato: qualsiasi lavoro va benissimo. Ma deve essere un lavoro vero, non un’elemosina assistenziale, un posto di cui quella persona singola o quella azienda devono avere veramente bisogno. Noi dobbiamo trovare un lavoro a Loubna. Chi le troverà un lavoro, salverà una vita. Chi salva una vita, salva il mondo.

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