Il nuovo governo  tra il dire e il fare

Il nuovo governo

tra il dire e il fare

La differenza tra il premier Conte Giuseppe e l’artista Conte Paolo è che il secondo canta su spartiti scritti da lui, mentre il primo interpreta quelli di altri. Almeno così è sembrato nel discorso con cui il presidente del Consiglio ha chiesto è ottenuto la fiducia del Senato. Si può capirlo il povero Conte. Da un lato era al debutto assoluto in un’aula politica e quindi ha pensato bene di evitare spericolati voli pindarici, dall’altro era marcato a uomo da suoi due presunti vice (quale sia la vera gerarchia lo scopriremo solo vivendo), artefici di quel contratto da cui è nato il governo giallo verde. Che è stato, di fatto, il compitino letto dal premier in aula. Nessuna sorpresa perciò nel primo giorno di un esecutivo che è stato finora e anche giocoforza per carità un governo del dire. Visto che i dioscuri Di Maio e Salvini non hanno tirato il freno sull’inerzia di una campagna elettorale durata già 90 giorni oltre il voto e hanno continuato con la politica delle promesse e degli annunci anche dopo aver giurato sulla Costituzione.

Vero che mai nessuna squadra in procinto di prendere in mano la guida del paese era mai stata attaccata dagli organi di informazione in coro come è successo, succede e succederà con quella giallo verde, ma è inevitabile sottolineare come gli stessi protagonisti stiano prestando il fianco al cannoneggiamento. Perché dopo soli 3 giorni due dei piatti forti della campagna elettorale hanno già perso sapore. Sulla flat tax, gli esponenti della Lega che la teorizzavano hanno cominciato a gettare fumo e rilasciato dichiarazioni contraddittorie: la applicheremo prima alle imprese e poi alle famiglie, no partirà subito per tutti, però dovremmo aumentare l’Iva e così via. Stesso discorso, dalle parti di Di Maio per il superamento della legge Fornero con la quota cento per andare in pensione. Chi, vicino ai 60 anni si stava già fregando le mani, ha ricevuto la doccia gelata per cui la quota varrebbe solo per gli over 63.

Insomma, un bel cambiamento di questo esecutivo potrebbe essere la chiarezza e il mantenimento degli impegni per cui si è ricevuto il voto. Non sono sostenibili? Si doveva saperlo prima e dirlo. Perché è chiaro che l’unico governo populista (sia pure nell’accezione voluta positiva dal presidente del Consiglio) in uno dei 6 paesi fondatori dell’Europa sarà sorvegliato a vista e non solo dagli organi d’informazione che in fondo dovrebbero farlo sempre e con chiunque. Per questo se il discorso e la replica di Conte hanno confortato i due partiti della maggioranza e certo contribuito a saldarla ancora di più come dimostra anche il conteggio dei voti favorevoli ottenuti, ora il nuovo esecutivo deve convincere anche quelli che stanno fuori dai palazzi della politica, in Italia e non solo.

Perché tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare che non è solo quello che si porta quasi ogni giorno quegli immigrati che il ministro Salvini vuole affrontare con i sistemi dell’ungherese Orban, non proprio un modello di democrazia. E a proposito del leader leghista, qualche appassionato delle Maratone Mentana si sarà ben chiesto come mai sia rimasto accigliato e tetro in volto per la tutta la lunga seduta a palazzo Madama anche durante gli interventi di Conte e degli esponenti del suo partito. Sarà forse perché ha realizzato che fare l’opposizione, al netto del potere, è più comodo e piacevole che dover governare? Invece uno che da oggi potrà bearsi nel ruolo di oppositore sarà Matteo Renzi. Suo il discorso più incisivo e di maggiore profondità tra quelli di minoranza. Altro che semplice senatore di Scandicci e conferenziere a tempo perso. Il vero contraltare di questo governo, il condottiero delle truppe nemiche della triade Conte-Di Maio-Salvini (in rigoroso ordine alfabetico) sarà lui. E non necessariamente come leader del Pd.

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