La cultura dell’eskimo

e la peggio gioventù

A volte accadono cose che ci fanno tornare giovani. E così, improvvisa madeleine inzuppata nel tempo che fugge, uno torna ragazzo, torna studente, torna quel fanciullo in fiore, venuto giù con la piena dell’Adda, che si aggirava per i chiostri universitari, timido e introverso, gustando giorno dopo giorno le meraviglie meravigliosamente meravigliose di quell’universo generazionale che ruotava attorno a un unico motore immobile: il rivoluzionario pulcioso.

La contestazione dei giorni scorsi dei collettivi studenteschi dell’università di Bologna ai danni di Angelo Panebianco - ordinario di Sistemi internazionali comparati, politologo e notista del “Corriere della Sera” - mentre faceva lezione rappresenta uno squarcio spazio-temporale su quanto la politica, ma soprattutto la cultura della nostra bella Italia che non cambia mai, sia curva come l’universo teorizzato da Einstein. Tutto torna e ruota e riappare e implode e sprofonda in buchi neri abissali come l’ignoranza, la prosopopea e il fariseismo che marchiano a fuoco i suoi liderini da quattro soldi. E così, basta aver sentito le parole dei contestatori per rendersene conto, tornano termini mitologici, polverosi, muffeschi, incartapecoriti quali “guarrafondaio”, “reazionario”, “ padronato” , “speculatore”. Roba forte. Roba che arriva da lontano. Richiamo della foresta. Autobiografia della nazione. Ritratto di famiglia. Tautologia. Vocabolario di cui questi non sanno nulla - trattandosi di ragazzotti di ignoranza clamorosa – ma che tanfa di veteropassato, di aule occupate, diciotto politici, maglionazzi sformati, Marquez&Inti-Illimani, cineforum bulgari sottotitolati in polacco, teatro alternativo in calzamaglia, “cioè, cazzo, compagni, mozione d’ordine!”, schitarrate in spiaggia, forfora, puzza di piedi, Che Guevara che aveva sempre ragione lui e chi c’è dietro e a chi giova e la guardia è stanca e tutto il resto di quel ciarpame imbevuto di ideologia e cialtronismo che ha contraddistinto un’epoca della nostra sinistra terzomondista e doppiomoralista.

E il vero dramma è che quella stagione disgraziata e grottesca, come ha scritto lo stesso Panebianco, negli altri paesi europei è durata un solo anno - il Sessantotto - da noi invece un decennio - dal Sessantotto al Settantotto, dalle buffonate di Capanna all’omicidio Moro - durante il quale sono state devastate nel profondo le coordinate mentali del nostro paese sulla base del più vieto egualitarismo, dell’azzeramento del merito, del collettivismo straccione e statalista, del regime sindacale e consociativo. E quando la rivoluzione parolaia si è spenta, sapete cosa è successo di bello? Sono arrivati quelli che facevano sul serio, quelli che rapivano i giudici e i politici e che sparavano alle gente innocente.

Ma almeno quelli sono finiti quasi tutti in galera. I maestrini, gli intellettuali, gli ideologi, i cervelloni del movimento - quelli che organizzavano la rivoluzione proletaria al tavolo del biliardo, con la macchina sportiva e la seconda casa pagata dal papà - sono invece trasmigrati in massa a fare danni nelle scuole, nelle università, nelle case editrici e, naturalmente, nei giornali, dove li si può vedere ancora oggi, attorniati dai loro epigoni, straparlare e pontificare e sdottoreggiare e trombonare alla macchinetta del caffè sull’inevitabile caduta del sistema capitalistico e sui capi fascisti servi delle multinazionali. Oppure, quelli più furbi, folgorati dalla fede liberale sulla via di Damasco, a dare la linea e a sgraffignare poltrone nella corrente affaristica del partito socialista degli anni Ottanta o del blocco di centrodestra della seconda Repubblica. Statisti.

Ma questa è storia. La vergognosa, infantile storia di un paese sudamericano. L’aspetto circense è invece che oggi, nell’anno del signore 2016, si possano ripresentare personaggi di questo tipo a interrompere la lezione di un professore ai suoi studenti - quale che sia lui, il suo valore, le sue idee - e che i vertici dell’università non chiamino i carabinieri un secondo dopo per far sgombrare a pedate nel sedere i responsabili di una violenza intollerabile di questo tipo. E che la stampa, pavida e in larghissima maggioranza schierata sempre dalla stessa parte (chissà quale?) sottostimi la notizia con palese imbarazzo: molto meglio dedicare paginate e servizioni televisivi alla sapida notizia del neologismo “petaloso”, evidentemente. E ci sia pure chi gongoli tutto ilare e satollo - a questo proposito si consiglia vivamente un commento di Norma Rangeri sul “Manifesto”, che sembra scritto dal trotzkista frustrato di “Ecce bombo” - sulla contestazione delle lezioni dei professori come positivo segno di vitalità democratica e pluralista.

E allora perché non regalare un bel finesettimana dentro una cava di rena alla signora Rangeri per farle gustare la vitalità democratica e pluralista di Rosso Malpelo, putacaso? E tutti i santoni della libertà? Della libera espressione delle idee? E i paladini di Voltaire? Dove sono? Dove sono tutti quanti? Loro con le loro candeline e i loro ditini alzati e le loro matitine di “Charlie Hebdo” e le testoline pensose e vietato vietare e giù le mani dalla Costituzione e abbasso la violenza e abbasso le intimidazioni e moriremmo per difendere quelle idee che non condividiamo e tutto il resto di quella melassa con la quale a ogni crisi internazionale si ingorga il canale di scolo del pensiero collettivo unificato? Sempre che ci faccia comodo, naturalmente, e che sia in sintonia con il politicamente corretto stabilito dal regime omeopatico che ci costringe a pensarla tutti allo stesso modo. E che espunge il concetto di “guerra” - questo il peccato mortale commesso da Panebianco - dal nostro orizzonte collettivo quando invece da tremila anni, purtroppo, è uno dei cardini della storia dell’uomo.

Ma questa è la realtà. E la realtà non ha niente a che vedere con i birignao di noi occidentali bolsi, pavidi e decadenti. Che qualcuno contesti, per favore.

d.minonzio@laprovincia.it

@DiegoMinonzio


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