Domenica 13 Ottobre 2013

La politica punti

su donne vere e serie

Alessandra Moretti del Pd

Dicono che le donne che si buttano in politica siano tutte uguali. Ma alcune sono più uguali delle altre.

Uno dei momenti più spassosi della settimana – mentre nel mondo reale accadevano quisquilie come la strage dei migranti a Lampedusa o l’ennesimo salvataggio farsa di Alitalia – lo ha regalato giusto ieri Repubblica con una strepitosa intervista al deputato del Pd Alessandra Moretti. Non che il soggetto sia così rilevante di per sé, naturalmente - la Moretti è, in buona sostanza, una nullità – ma invece per quel che rappresenta nella cosmogonia della nuova

politica femminile all’italiana. Ora, in questi anni la vulgata e l’esperienza hanno delineato con tratti impietosi la classica tipologia della onorevole di destra, su cui tanto si sono accaniti, e spesso a ragione, stampa e satira televisiva. È dalla discesa in campo del lider maximo che si è assistito all’invasione di un’orda di ragazzotte tailleurate e tacchettate che hanno infilato nel ripostiglio degli abiti smessi quei ferrivecchi della prima Repubblica alla Nilde Iotti o alla Tina Anselmi che anche fisicamente, oltre che per formazione culturale, rappresentavano una stagione lontana, antica, spesso schifosa e tragica ma di certo più seria di quella attuale e per i quali era arrivata l’ora del repentino pensionamento. Le prime esodate dal palazzo. E l’effetto, sul piano del costume, se non su quello dei contenuti, spesso inesistenti, è stato palingenetico. Le pupe del boss. Le amazzoni del grande timoniere. Le vestali del satrapo assoluto, che dall’alto della sua magnificenza e della sua magniloquenza atterrava e suscitava, creava e nominava, tanto da far entrare in Parlamento e financo al governo personaggi che fino a qualche anno prima mai e poi mai avrebbero neppure sognato un incarico del genere. Nel momento in cui la Pivetti - per quanto di credo leghista - è diventata presidente della Camera è finito un mondo. Che poi la ex vandeana occhiuta abbia concluso la carriera con un servizio fotografico che la ritraeva in tuta di pelle con borchie e frustino in stile Catwoman la dice lunga su quanto il tempo sia inesorabilmente galantuomo.

Insomma, un sacco di fuffa. Ed è stato quindi inevitabile il profluvio di critiche e stroncature e spappolamenti di un personale femminile di destra che raramente si è distinto per capacità vere e competenze cristalline, quanto invece solo per il modo di vestire, di urlare, di azzannare, di bagordare al ristorante sushi&sashimi e di obbedire all‘unico monolito di riferimento senza il quale non sarebbe mai diventato nessuno. Non tutto, certo, ma, diciamoci la verità senza ipocrisie, la stragrande maggioranza. E giù risate e colpi di gomito e sguardi ammiccanti e furbeschi su dove arrivasse la competenza politica e dove invece l’affinità elettiva e morbosetta con il Cavaliere. Se ne sono passate di ore con gli amici a sghignazzare su certe cose che possono succedere solo in Italia, perché in un paese serio, signora mia…

Tutto vero, o quasi, per carità. Però, c’è pure di peggio. Perché il contrappasso è stato lo spuntare, dalla parte avversa e opposta, di certe madonnine infilzate alla Alessandra Moretti, appunto, quarantenne davvero splendida, sciuretta bon ton da film di Pietro Germi, che dal nulla si è ritrovata all’improvviso portavoce dell’allora segretario Luigi Bersani. Operazione di marketing del poliedrico e mai abbastanza meraviglioso Pd, che alla bonazza di destra ha deciso di contrapporre la carina di sinistra, la cosiddetta “cari-dem”, come genialmente soprannominata dal Foglio.

Anche qui, abbiamo una capostipite, l’indimenticabile e altrettanto splendida Giovanna Melandri, che per anni se l’è tirata da appassionata di giovani, cultura e integrazione dell’universo mondo e che, una volta uscita dal giro della grande politica, è stata subito nominata - ma guarda un po’ - presidente del Museo delle arti di Roma, dove è riuscita nell’impresa di coprirsi di ridicolo prima millantando di lavorare a titolo gratuito e poi intascandosi un maxi-stipendio alla chetichella.

La Moretti, invece, all’inizio ha inanellato comparsate televisive in qualità di pasdaran di Bersani, in seguito però, appena visto l’esito delle elezioni, ha iniziato a flirtare con Renzi fino a non votare Marini per la presidenza della Repubblica, contro le indicazioni del suo segretario. Ora, in un qualsiasi paese serio del centro Africa, tipo il Congo - che assieme al Niger, allo Yemen, alla Mongolia e all’Italia è l’unico a non far pagare l’Imu sulla prima casa - la Moretti sarebbe stata cacciata dal partito a calci nel sedere.

Qui invece, perché il Pdl sarà anche una setta di adepti del guru ma il Pd è una barzelletta che più barzelletta non si può, è ancora lì che detta la linea e nel frattempo, tornando all’intervista di Repubblica, flirta con Renzi, ammicca a Cuperlo, pigola con Letta e trilla con i suoi occhioni da Carole Bouquet con Scelta civica.

Ma, insomma, tra una Biancofiore che si butterebbe sulla pira per Berlusconi e una Moretti che va bene il primo che passa, basta che le garantisca uno strapuntino, qual è quella che fa più ridere? Anzi, quella che fa più pena? Possibile che anche se siamo nel Tremila si sia ancora schiavi del peggior luogocomunismo diviso tra cavallone col Suv e maestrine dalla penna rossa? Ed è accettabile che questa dicotomia grottesca si riverberi anche nei posti di lavoro? È civile che così in pochi si accorgano che tra queste due tipologie di macchietta femminea esista tutta una vasta schiera di donne che capiscono e studiano e lavorano e che, naturalmente, nessuno racconta e nessuno rappresenta?

Chiunque abbia poteri di gestione del personale, guardi un po’ nei propri uffici: tra le valchirie carrieriste, le timorate con il cuoricino di panna e i mostri affini, c’è tutta un’umanità femminile meravigliosa che non scimmiotta i maschi e non gioca al ruolo di Cenerentola. Donne vere e serie. Iniziamo per davvero a puntare su di loro, per favore.

d.minonzio@laprovincia.it

Diego Minonzio

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