Lunedì 11 Novembre 2013

La sfida perdente

dell’uomo alla natura

“Caos e saccheggi” titola Der Spiegel e poi rincara “ migliaia moriranno di fame”. Le catastrofi naturali fanno parte anche loro dell’industria dello spettacolo. Più sono gravi e più l’informazione le enfatizza. L’effetto sul lettore è sicuro: meno male che non è toccata a me.

La comunicazione ha reso vicine catastrofi che sono lontane migliaia di chilometri e decine di ore di volo. Il risultato è che la quotidianità è costellata con regolarità da eventi che solo sino a poco tempo fa rimanevano sconosciuti. Così la disgrazia della porta accanto si somma a quella lontana in un circuito di eterne emergenze che dovrebbero coinvolgere emotivamente il lettore ma alla fine finiscono solo per intrattenerlo. Dalla velocità della comunicazione il mondo moderno è trascinato in una rincorsa dove non c’è mai tempo per fermarsi con la conseguenza che la notizia del giorno dopo cannibalizza quella del giorno prima. Ed è tutto un rincorrersi. Verso dove? Nella stessa direzione in cui sono finite le migliaia di vittime che fanno notizia. Perché i caduti che si registrano nella quotidiana battaglia contro le forze della natura, quello che una volta si chiamava il destino, sono un avvertimento . Per tutti. L’uomo moderno ha come sua caratteristica principale la lotta alla morte. Tutti in passato ne hanno avuto timore , paura, spavento e terrore. Solo la modernità con il progresso che per sua definizione è progrediente e quindi non ha fine,ha posto al centro la sfida alla natura ed alla sua onnipotenza. E pensa che ogni uragano o tifone sia controllabile o possa diventarlo. Se non lo è, diventa oggetto di sfida su come affrontarlo, prevenirlo, renderlo governabile.

Non si vede una legge onnipotente della natura ma solo un fenomeno che si mette in concorrenza con la capacità dell’uomo di fronteggiarlo.

L’ultimo uragano che si è abbattuto sulla costa orientale degli i Stati Uniti nel 2012 ha lasciato molti danni ma poche vittime . Le previsioni hanno permesso alle autorità di muoversi per tempo e gli abitanti sono stati evacuati. Anche questa volta nelle Filippine è stato così e se non vi fossero stati i preallarmi le vittime sarebbero ben maggiori. E tuttavia sotto traccia appare il rimprovero che l’occidente avanza da sempre verso gli altri: non siete organizzati e quindi non siete progrediti . Ma ancora buona parte dell’umanità riconosce nella natura quei valori che il capo indiano a Seattle nel 1854 rivendicò quando il capo bianco presidente degli Stati Uniti gli propose di comprare il territorio dove viveva la sua tribù: “Se vendiamo a voi la terra, dovrete ricordare che è sacra, e dovrete insegnare ai vostri figli che è sacra… L’uomo bianco tratta sua madre, la Terra e suo fratello, il Cielo, come oggetti che può comprare, saccheggiare, vendere. Il suo appetito divorerà la terra e lascerà solo il deserto dietro di sé… nostri morti non dimenticano mai la nostra bellissima terra, perché è la madre dei pellerossa.” La natura è qualcosa che sovrasta l’uomo e lo condiziona. È bene ricordarlo perché le stesse espressioni poetiche del capo indiano l’occidente le ha trovate in S. Francesco. L’uomo moderno si avvale delle scienze applicate nel tentativo di liberarsi dai vincoli della natura . Così nell’illusione di spostare da sé i limiti della sua dimensione umana finisce col soggiacere al potere illimitato della tecnica.

Alberto Krali

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