La storia di Como  è fatta di solidarietà

La storia di Como

è fatta di solidarietà

Il pezzo che, bontà vostra, vi accingete a leggere, è uno di quelli, per dirla con il brano di Antoine, che tirano le pietre. E magari non del tutto a torto. Perciò armatevi pure di selci se lo ritenete opportuno. Però, a bocce ferme e nella speranza che non tornino a rotolare, ci stanno un paio di ragionamenti sull’idea scagliata dal vice sindaco di Como, Alessandra Locatelli, sulla scia entusiasta della visita di Salvini in città e dell’annuncio da parte del vice premier dell’obiettivo di “far tornare italiana la via Milano Alta”. Come? Secondo l’assessore parlamentare leghista portandoci ad abitare i poliziotti. Dal che si può evincere che o nella parte del “burg drizz” che sfocia in piazza San Rocco si è usi a delinquere impuniti e da qui la necessità di collocarvi le forze dell’ordine, oppure viste le premesse, che gli attuali residenti di fronte all’arrivo degli agenti siano indotti a traslocare per continuare altrove i loro presunti traffici illeciti. Nel primo come nel secondo caso, ammesso e per nulla concesso che vi siano attività illegali, la polizia basterebbe avvisarla senza dover costringere i rappresentanti delle forze dell’ordine a cambiare casa. Lo spostamento delle genti è un trastullo tipico dei regimi non democratici. Vi era dedito, tanto per fare un esempio, Stalin, i cui ritratti non campeggiano nelle sezioni leghiste, che quando aveva in uggia qualche popolazione del suo sterminato impero, la costringeva a un trasloco magari nelle location degli esperimenti nucleari sovietici.

Via Milano Alta è un caso di scuola: una banlieue multietnica a pochi passi dal centro città trasformatasi negli anni a seguito dell’abbandono delle residenze da parte dei comaschi. A memoria non si ricordano episodi criminali ricorrenti e neppure recenti. Dice: certo, perché voi che state da una certa parte non ne date conto. Invece no, perché una delle poche fortune della rivoluzione digitale che ha scompaginato il mondo dell’informazione è proprio l’impossibilità di nascondere le cose perché ci sarebbe comunque qualcun altro a renderle note. Magari via Milano Alta sarà com’era ai tempi Corleone, il luogo più tranquillo d’Italia perché presidiato da Cosa Nostra ma l’ultima volta che se n’è parlato nelle cronache è stato per le proteste di Safwat El Sisi, cittadino italiano e storico portavoce della comunità islamica, lì residente, che si lamentava degli schiamazzi dei suoi vicini di casa. È successa una cosa simile, con strascichi giudiziari anche in piazza De Gasperi senza che nessuno abbia mai proposto di mandarci a vivere le forze dell’ordine. Prima ancora si era parlato del quartierino multi razziale per la decisione della giunta comunale di sradicare le panchine su cui si sedevano i migranti.

Intendiamoci i problemi della sicurezza e dell’integrazione ci sono eccome, ci dobbiamo convivere tutti i giorni e, se la demografia non mente, lo dovremo fare ancora di più. Ma questo non basta a trasformare la città di Como in una sorta di Ddr nei tempi pre caduta del Muro con alcuni abitanti controllati nella loro esistenza. Poco lontano da via Milano Alta, un’altra strada cittadina è dedicata ad Achille Grandi, il sindacalista comasco che organizzò le masse cattoliche secondo i dettami della Rerum Novarum, l’enciclica sociale di Leone XIII che parla di aiuto e vicinanza agli ultimi. Non molto lontano c’è il santuario in cui riposa don Guanella, fondatore della congregazione cattolica dei Servi della Carità, canonizzato dalla Chiesa e operante in vita in un territorio, il nostro, che, come ebbe modo di sottolineare il vescovo Diego Coletti, con una forte presenza di santità. Ecco perché i comaschi potrebbero riflettere su queste sortite mirate a ottenere consensi a buon mercato senza tener conto dei rischi di tensioni sociali. E magari, in sede politica, la sinistra potrebbe andare oltre la scontata reazione del ginocchio di fronte al martelletto del neurologo. E Como, ogni tanto, dovrebbe pensare alla sua storia che è fatta anche di tolleranza e solidarietà e non di esclusione.


© RIPRODUZIONE RISERVATA