La trincea merkeliana
incrinata da Renzi

Matteo Renzi torna da Bruxelles con un risultato politico di un certo rilievo: ha aperto il fronte dell’antiausterità e incrinato per la prima volta la trincea del rigorismo merkeliano. Naturalmente si tratta di un piano a lunga scadenza e sarebbe un errore pensare che il Rottamatore potesse ottenere qualcosa di più.

Rispetto al passato c’è tuttavia una differenza di fondo: come ha lasciato intendere Martin Schulz, candidato dei socialisti europei alla guida della Commissione Ue, il Pse è compatto alle spalle del premier italiano. Renzi ha svolto un po’ la funzione del rompighiaccio e adesso si capisce l’importanza strategica che ha avuto la repentina adesione del Pd alla famiglia socialista europea: alle imminenti elezioni lo scontro sarà tra i conservatori del Ppe che difendono una ricetta economica fallimentare agli occhi dei cittadini europei e i socialisti del Pse che propongono una svolta riformista, nel solco di quanto già sperimentato da Barack Obama negli Usa. Con un elemento di vantaggio per il premier-segretario: la posizione “eretica” nel Ppe dei moderati italiani i quali, sia pure divisi tra Forza Italia, Ncd e centristi-popolari, non possono certamente abbracciare la filosofia di Berlino.

Insomma, forse non ci sono rapporti conflittuali con l’Ue, come assicura il Rottamatore, ma una forte competizione con gli attuali vertici sicuramente sì: tanto che Hermann Van Rompuy, protagonista insieme a Manuel Barroso del siparietto dei sorrisi scettici sul piano italiano, dovrà volare ben presto a Roma per preparare con il presidente del Consiglio il semestre di presidenza italiano della Ue. Un appuntamento «non burocratico» come ha sottolineato Renzi, nel quale il nostro Paese intende far valere la sua posizione di membro fondatore, di seconda economia manifatturiera del Continente, e di contribuente attivo alla casse di Bruxelles. Con alle spalle » n gigantesco piano di riforme» attuate o avviate.

Ne deriva che la posizione italiana è meno fragile di quanto si possa credere. L’insistenza con la quale Barroso ripete di aver avuto garanzie sul rispetto del fiscal compact tradisce più una debolezza che la certezza di essere nella giusta posizione.

Come ha detto Michel Barnier, commissario Ue al mercato, Renzi va capito e il suo progetto merita maggiore attenzione. Anche, è il sottinteso, quando dice che l’Europa non può occuparsi solo di vincoli astratti.

L’impressione è dunque che si sia aperta una crepa nel bunker del rigorismo. Federica Guidi per esempio osserva che sarebbe irragionevole per Bruxelles non accettare il dialogo: il che significa comunque mettere in discussione ricette studiate molto tempo fa. Il cammino è ancora lungo, ma Renzi spiega di non voler accettare supinamente la gabbia di regole superate: il Consiglio europeo di giugno non potrà non occuparsene, soprattutto se l’Italia avrà nel frattempo realizzato le riforme istituzionali e del mercato del lavoro (anche se per quest’ultimo gli effetti si vedranno solo tra 3 o 4 anni, dice il ministro Giuliano Poletti).

Molto dipenderà anche dall’esito delle elezioni: il pericolo di un’affermazione del fronte euroscettico e oltranzista, guidato da Marina Le Pen e in Italia da Beppe Grillo e Matteo Salvini, preoccupa un po' tutti.

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