Le pietre parlano  ma bisogna capirle

Le pietre parlano

ma bisogna capirle

Le pietre si sa, a volte cantano, nei romanzi e in alcune rassegne musicali. Ma soprattutto, anche nella realtà, parlano. E a noi piace starle ad ascoltare nel loro mutismo perché ci raccontano il passato e le nostre radici. Ci dicono da dove arriviamo, e, se sono ritrovamenti archeologici ci consentono di vedere com’erano la città e il territorio in cui ci siamo trovati a vivere.

Sono, insomma, la nostra storia. Per questo, la visita guidata organizzata dall’Amministrazione comunale di Como ai reperti venuti alla luce durante il lavori di sistemazione di piazza Grimoldi ha avuto un grande successo di pubblico. Tanti hanno voluto ascoltare quello che dicevano le pietre e a molti è venuto naturale invocare che quelle testimonianze preziose non siano condannate a tornare nell’oblio secolare da cui sono state provvisoriamente richiamate.

Ma cosa ci dicono quelle pietre? Innanzitutto una cosa fondamentale che diventa un messaggio in viaggio dal passato al futuro e che possiamo cogliere tutti: il ruolo centrale di Como nella storia del territorio lombardo. Dovrebbe contare qualcosa al tavolo in cui si sta decidendo una riforma degli assetti territoriali, quella delle Aree Vaste che, stando alla proposta attuale, penalizza e ridimensiona il ruolo della nostra città e del nostro lago. Quindi anche della storia comasca. Poi ci sono le tante cose che le pietre dicono ma che pochi riescono a comprendere: soltanto coloro che hanno orecchie allenate da anni di studio che consentono di cogliere immediatamente cosa c’era nelle epoche passate in piazza Grimoldi e nel circondario. Per gli altri le parole non mediate dei reperti diventano un brusio indistinto di cui è impossibile capire il senso.

Ecco perché, nel rispetto del dibattito in corso che comunque fa onore a coloro che vi prendono parte perché dimostrano di avere a cuore la città, la soluzione migliore per il destino dei reperti sembra essere quella scelta dall’amministrazione comunale: ricoprirne gran parte, lasciandone una porzione visibile, e spiegare con degli allestimenti che cosa rappresentavano. Una sorta di traduzione simultanea delle parole di queste pietre tale da renderle comprensibili anche ai profani. Loro non se ne avranno a male. In fondo hanno passato gli ultimi anni della loro eterna vita sotto le gomme delle automobili.

Che la strada giusta debba essere questa lo dimostra anche la vicenda di altri celebri reperti emersi durante i lavori in città: quelli delle terme romane rinvenuti in viale Lecco. Per decenni sono rimasti lì, con il loro fascino tanto integro quanto difficile da cogliere a pieno. Per molti che si soffermavano ad ammirarli, la sensazione trasmessa era quella di quattro sassi abbandonati in un’area che era rimasta, proprio per la loro presenza, priva di una qualunque funzione urbana ad eccezione della presenza di una pompa di benzina. Poi alla fine, si è trovata la quadra con la realizzazione dell’autosilo che, paradossalmente, pur avendo inglobato ciò che restava delle antiche terme ha contribuito a valorizzarlo e a renderlo più fruibile. L’area inoltre ha trovato una propria funzione, peraltro strategica per la fame di sosta a ridosso del centro.

In piazza Grimoldi basta seguire, in meno tempo, la stessa strada: il futuro spesso aiuta a valorizzare il passato. E a rinfocolore l’orgoglio di una città che ne è ricca quale Como.

Impariamo ad ascoltare cosa ci dicono le pietre.


f.angelini@laprovincia.it
Francesco Angelini Capo redattore centrale

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