Domenica 07 Luglio 2013

L’eterna illusione

e delusione dei politici

Non è vero che la politica fa schifo, è tutto un magna magna pullulante di parassiti parassitari che rubano e scialano alle nostre spalle. Saremmo ingiusti. La politica italiana è ben altro. Ogni tanto, ad esempio, regala sprazzi di buonumore davvero impagabili.

Appena il premier Letta, ad esempio, ha annunciato col piglio dello statista anglosassone che il tempo delle promesse è finito e che le Province saranno tutte cancellate, da ogni angolo del paese si è levata una risata omerica degna di un calambour di Petrolini. È un evergreen infallibile per ridare tono a una festa malinconica o a un matrimonio un po’ stanco: basta ricordare che il governo abolirà le Province e ci si sganascia fino a mezzanotte. D’altronde, è risaputo che quando un esecutivo ha dentro tutti, è destinato a durare. Anche se si copre di ridicolo. E questo ha tutte le caratteristiche antropologiche, oltre che professionali, per arrivare fino in fondo perché esercita con notevole maestria l’unica arte possibile in un paese di fanfaroni come il nostro: raccontare balle su riforme epocali, ovviamente condivise, rinviare a data da destinarsi qualsiasi intervento o taglio incisivo, buttare ogni tanto un osso demagogico ai giornaloni nazionali, che infatti da settimane (chissà perché…) ci vendono Enrico Letta come il nuovo De Gasperi e, nel frattempo, esercitarsi nella fenomenologia del dilazionare, del troncare, del sopire. Del vivacchiare. Del tirare a campare, come diceva quello là che di governicchi lungo-balneari aveva una certa esperienza.

E non cambia niente. E continua a non cambiare niente. E continua inesorabilmente a non cambiare mai niente. Se esiste una cartina al tornasole per evidenziare il grado di ridicolaggine di un esecutivo, beh, questa è proprio la promessa dell’abolizione delle Province, vero monolito del buffonismo nazionale, da tutti brandito come la soluzione dei mali del nostro bilancio (e anche questa è una maxiballa) e poi accuratamente insabbiato appena i partiti – tutti – percepiscono il lontano pericolo di perdere le svariate poltrone di serie C da distribuire alle loro quarte, quinte e seste file, perché, signora mia, anche quelli sono padri di famiglia che devono portare la pagnotta a casa. La memoria, se non tradisce, è spietata: il taglio era nell’agenda della Bicamerale Bozzi (1983), poi di quella De Mita-Jotti (1993), poi ancora di quella D’Alema (1998), passando per lo spassosissima finta riforma ferragostana di Calderoli (2011) e arrivare così al pastrocchio ideato l’anno scorso dai cervelloni del governo Monti, che ci mancava solo il super-tecnico che doveva risolvere i problemi dell’universo per regalare un tocco di grottesco a una vicenda che più penosa e più italiana non si può. E anche oggi si parla, si riparla e si straparla, ma chiunque abbia un minimo di sale in zucca ha già capito che pure di questo non si farà mai nulla e che il disegno di legge costituzionale partorito da Palazzo Chigi, non appena sbarcato in Parlamento per il complesso passaggio di revisione costituzionale, si impaluderà neghittoso e solitario in qualche meandro. Pronto per essere rispolverato in occasione della prossima campagna elettorale.

Ormai dovremmo aver capito con chi abbiamo a che fare. Tutti questi vent’anni di Seconda Repubblica sono stati solo una finzione scenica nella quale gli anatemi sulla dittatura del Caimano o su quella delle toghe rosse e le sfide mortali tra maestrine e pitonesse, tra sindacalisti occhiuti e parvenu festaioli fungevano da copertura un po’ carnevalesca e tanto cialtrona di un immobilismo occhiuto e spietato. Ci hanno raccontato che i governi di centrodestra erano liberali, libertari, liberisti e tutti dediti al trionfo della concorrenza e della meritocrazia e della voglia di intrapresa e dell’approccio thatcheriano non solo al lavoro ma anche all’esistenza, poi ci hanno divulgato che quelli di centrosinistra erano invece volti alla protezione dei diritti vilipesi dei più deboli e alla redistribuzione delle ricchezze utilizzando lo Stato keynesiano come motore dello sviluppo compatibile e, alla fine, ci hanno pure fatto bere che quelli tecnocratici garantivano credibilità etico-monetaria con i partner internazionali e che loro sì che avrebbero avuto la forza e la credibilità per incidere nel grasso dell’inefficienza e risanare una volta per tutte il nostro povero Stato alla deriva.

Tutte balle. Da Amato 1992 a Letta 2013, un unico filo grigio, untuoso e consociativo, un unico denominatore comune, un unico approccio irresponsabile all’economia, tutto basato sul dogma più Stato, più tasse, meno mercato, meno concorrenza, nessun taglio, nessun risparmio. Tutti uguali. Tutti. Ciampi, Berlusconi, Prodi, D’Alema, Monti e compagnia al seguito. Sempre lo stesso registro, sempre le solite ricette da Dc avellinese: sigarette, alcol, benzina, addizionali Irpef, tasse sui rifiuti, tasse sul lavoro, tasse su tutto ed evasione garantita per quelli che vogliono e che possono, che comunque è pur sempre gente che va a votare. Questo è quanto. E il dato appare ancora più devastante perché non è solo politico, ma culturale. Il nostro è un paese che da sempre ingurgita con un semplice gorgoglìo soluzioni di questo tipo perché, in fondo, rispecchiano la sua natura, la natura di un popolo che non ha vissuto la rivoluzione francese né quella protestante, da cui non è mai emersa – salvo rare eccezioni - una grande borghesia conscia del proprio ruolo non solo economico ma soprattutto politico e sociale e che adesso si è sfarinata in uno sterminato ceto medio gassoso, deideologizzato e deresponsabilizzato, che ride quando vede gli altri che piangono per il loro inno nazionale, che non ha mai finito una guerra con gli stessi alleati con cui l’aveva iniziata.

Questa è la pasta di cui siamo fatti. Se qualche novello Rumor si permette di prenderci ancora una volta in giro con il taglio delle Province, forse la colpa è anche nostra.

d.minonzio@laprovincia.it

Diego Minonzio

© riproduzione riservata