L’eterno ritornare

dell’Italia centrista

E la destra? E la sinistra? E il mitico, mistico, mitologico “o di qua o di là”? E il maggioritario, secco, gassato o a doppio turno? Che fine ha fatto il maggioritario, con il suo collegio uninominale e i suoi candidati strettamente adesi, coesi e legati a triplo filo alle visioni, alla cultura, alle eccellenze del territorio, metafora della lobby democratica che porta fin dentro la capitale corrotta le sane istanze della provincia?

Ogni tanto ne rimembri ancora la vaga e lontana eco e un po’ ti inquieti per l’assordante silenzio che la circonda, come quando ci si interroga su qualche lontana parente che da troppo tempo non dà più segno di sé (a proposito, come starà zia Carolina?). Perché ci abbiamo messo vent’anni – poveri nani – ma alla fine lo abbiamo capito pure noi: l’Italia del maggioritario è una buffonata. Come la Corazzata Potemkin di Fantozzi. Come la gabbia di Orrico. Come i talk show della Bignardi. E mette addosso una strisciante malinconia ripensare a quanto ci siamo appassionati e azzuffati nel tentativo maldestro di dare corpo a una nazione all’anglosassone, o almeno alla francese, delegando questo compito immane a statisti del calibro di Berlusconi, D’Alema, Fini e Calderoli e ora, invece, tutti questi momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di democristianizzare…

Almeno una cosa buona Renzi l’ha fatta. Ci ha spalancato le porte della verità: l’Italia non è bipolare, è consociativa. Gratti il Renzi, ti spunta il Depretis. Espelli lo Scilipoti e sghignazzi su Razzi? Ti coopti l’autonomista o l’ex grillino. Dai un colpo di cartavetrata a “la volta buona”? Si riaffaccia il vecchio, melmoso ma inossidabile e astutissimo trasformismo che tutto tritura, tutto sminuzza e tutto trasforma in poltiglia bipartisan scucchiaiabile in un qualsiasi truogolo per affamati di porti sicuri. E questa, cerchiamo di capirci, non è affatto una critica ma invece l’ammirata presa d’atto dell’unico modo per far galleggiare - e magari anche far ripartire – la nostra sgangherata repubblica dei datteri, che non c’è verso di far ragionare da Stato occidentale, visto quanto si gongola e si avvoltola nella sua forma mentis sindacal-ministeriale da paese sudamericano. L’estendersi dell’egemonia non solo numerica parlamentare, ma soprattutto culturale del renzismo – figlio sveltissimo, feroce e multimediale del berlusconismo, più consono invece ai rampanti anni Ottanta e allo stile di vita da cantante da crociera del suo leader – e la conseguente sparizione di reali ed efficaci opposizioni – perché se uno pensa a Salvini come antagonista credibile inizia a ridere adesso e finisce a Carnevale – non fa altro che riportare la nazione nel suo habitat. Il centro. Il centrismo. Il taglio delle ali. Il connubio. Il trasformismo che trasforma trasformandolo il trasformabile. Il democristianismo. Il consociativismo. Il paludone moderato che tanti danni ha fatto negli ultimi decenni, ma che al contempo ha pure creato le poche cose buone messe in piedi in Italia dal dopoguerra a oggi. La fissità. L’inazione. Il Tg1. Lo sprofondo nel salotto in sky o finta pelle davanti ai salamelecchi della tivù vespian-generalista.

Ed è sempre stato così, questa è la verità solo oggi rivelata. Se ripuliamo gli ultimi vent’anni dalla contrapposizione ideologica e dalla guerra per bande tra gli affaristi berluscoidi e gli avanzi del culturame comunista al guinzaglio delle procure, sulle quali noi scienziati dell’informazione abbiamo sbrodolato almeno venti milioni di paginate equilibratissime, la linea grigia del governo è sempre stata quella, sia che ci fosse Ciampi, Berlusconi, Prodi, D’Alema, Monti, Letta o chi volete voi: più spesa, più Stato, più tasse, meno mercato, meno impresa, meno libertà economica. La stessa sbobba di Rumor, Andreotti e Craxi. Ed è quindi giusto che si torni lì dove il nostro istinto, la nostra indole, il nostro occipite lombrosiano ci spinge. Non si sfugge al richiamo della foresta. L’Italia non è paese di rivoluzioni, con tanto di Napoleone, De Gaulle e Thatcher al seguito, ma di rivolte anarcoidi – i “boia chi molla” di Reggio Calabria, gli indipendentisti da operetta del tanko, i forconi, gli anti Tav e via andare – destinate a infiammarsi virulente per poi spegnersi nel giro di un paio di talk show e tornare quindi al consueto borbottio malmostoso contro il governo ladro dove il più pulito c’ha la rogna, in attesa del prossimo sbotto d’ira privo del minimo progetto politico.

Perché questa è la nostra storia, la nostra cultura. Che così è, né cambia stile. E proprio per questo non bisogna farsi impressionare dalla nuova generazione di politici della sinistra “cambia verso” che fa da codazzo a Renzi (l’unico fuoriclasse della compagnia) e da quel modo di fare tutto compreso di sé, tutto serioso, da professorini, da cervelloni, da gran scienziati che, con il ditino alzato, ti spiegano affacciandosi dal loro bovindo – pare che la terrazza non faccia più fine - la rivoluzione fiorentina e le sue magnifiche sorti e progressive. Insomma, la corte dei ciambellani che quel genio di Pietrangelo Buttafuoco ha bollato, con definizione aulica e strepitosa, i “piritolli fighetti del renzismo”. Piritollo in siciliano, trombone in italiano, tanto per capirci.

È tutta fuffa, non c’è niente di nuovo lì sotto. È solo l’aggiornamento 2.0 dell’Italia eterna e immutabile che, dopo duemila anni di storia nei quali è stata invasa da tutti e con tutti è scesa di corsa a patti, è passata dai granducati allo Stato unitario, dalle consorterie al fascismo alla società di massa, con i suoi boom e le sue crisi, senza cambiare un ètte della sua natura. Lì. Ferma. Assisa. Immobile. La stessa del semaforo di Prodi nella straordinaria parodia di Corrado Guzzanti (uno che vale cento Crozza…). La stessa del premier con il suo attivismo statico. Siamo noi. Siamo sempre e solo noi. Meglio capire una volta per tutte come va il giro del fumo da queste parti.

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@DiegoMinonziio


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