Ma come si dice

Insubria in inglese?

Ammettiamolo: con l’“English version” si è finito per esagerare. Tutto ormai ha una “Versione inglese”: il sito che vende i collari antipulci (“flea collars”), quello che promuove il pecorino romano (“Roman small sheep cheese”); perfino il portale che raccoglie perle di saggezza popolare: “Do not look in the mouth of the donated horse”.

Tale è la globalizzazione, e tale l’affermazione dell’inglese quale lingua franca, che è come se ogni giorno andassimo in giro con una versione alternativa di noi stessi: quella capace di dare indicazioni più o meno precise al turista smarrito, di tradurre un’e-mail arrivata di straforo dall’estero, di leggere un annuncio nell’aeroporto di destinazione e di decifrare una notizia intercettata, in albergo, sul canale Cnn. In tutto questo, c’è qualcosina utile e moltissimo di eccessivo, quando non addirittura di affettato. Anche perché, alla prova dei fatti, il nostro inglese si dimostra spesso sopravvalutato e insufficiente, ovvero cresciuto come sparuta gramigna su un sedime, l’italiano lingua madre, già di suo poco coltivato.

L’“English version” è insomma una mania: fa molto “global” e moltissimo “cool” ma, alla fine, porta più imbarazzi che vantaggi.

Ci sono casi, però, in cui la traduzione è indispensabile e tra questi il più evidente è quello delle Università. Ecco perché la notizia circa il sito dell’Insubria proposto ai navigatori solo in perfetto idioma di Dante, pur non raggiungendo i contorni dello scandalo, va comunque sottolineata. Piaccia o no, oggi un’Università non può esimersi dal parlare inglese o, meglio, dal presentarsi al mondo anche in questa lingua. L’Insubria si limita invece a un collegamento esterno - un “link”, tanto per rimanere in tema - quasi a delegare, certo sbrigativamente, un servizio che dovrebbe essere centrale. Ancora: non è il caso di farne una tragedia. Ma se proviamo a immaginare la reazione di chi approda al sito di Insubria, è legittimo ipotizzare che, forse inconsapevolmente e probabilmente ingiustamente, finirà per sospettare uno scarso interesse dell’ateneo per il mondo esterno, ovvero un’inspiegabile timidezza nel proporsi agli studenti stranieri e a scambi che, a questo livello, quasi sempre si rivelano proficui e comunque convogliano onori e prestigio.

Bisogna ammettere che, nella promozione dell’inglese, non sempre abbiamo avuto esempi coerenti e rapinosi: abbiamo sentito più di un premier maltrattare con sovrana sfacciataggine la lingua di Shakespeare. Si dice addirittura che il sommo Bardo approfitti delle visite degli statisti italiani per rigirarsi vigorosamente nel suo sacello. Come sappiamo bene, però, non è saggio aspettare l’esempio della politica per fare ciò che è ci utile e, a volte, indispensabile. Se così non fosse, avremmo per esempio potuto eleggere Antonio Razzi per due volte al Parlamento e ciò, ovviamente, non è possibile (giusto?).

Pare quasi che nelle lingue straniere l’Italia manifesti una curiosa dicotomia: c’è una parte, volonterosa ma poco preparata, che si lancia da sempre in traduzioni spericolate (basti citare l’imperituro “noio volevon savuar”) e un’altra, istituzionale, che fa la sdegnosa, esita a impegnarsi e finisce per rinchiudersi nel suo stesso orticello. Male, perché, come dicono a Londra: “A change is as good as a rest”. Un cambiamento fa bene come un resto. O era un riposo?

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