Ma solo insieme  si supera la tempesta

Ma solo insieme

si supera la tempesta

Se il superfranco si è rivelato la tempesta, è probabile che il dopo elezioni in Svizzera porterà, se non la quiete, almeno meno turbolenze sul fronte del lavoro straniero. Ma intanto ad alimentare la preoccupazione sulla sorte di frontalieri, sempre di più sballottati da decisioni e voci, arrivano le nuove statistiche elvetiche. Statistiche che possono - e in effetti vengono - lette in due modi opposti.

Da una parte lo sguardo sull’intero 2014, che fotografa una crescita annuale dei lavoratori provenienti dall’estero. Dall’altro gli occhi sono puntati sul calo di fine anno. Non è una novità: anche in altre annate si era verificata una diminuzione ed era legata all’occupazione stagionale che veniva meno. Ma adesso tutto è diverso.

Lo è, perché nel frattempo sono cambiati moltissimi fattori. E quel dato non può essere letto come vecchio e superato, archiviato pensando che verranno tempi migliori. Al contrario, può solo peggiorare, perché nel frattempo molte imprese stanno tagliando gli stipendi ai frontalieri o li stanno pagando in euro, penalizzandoli. E non solo: l’incertezza dilaga, perché non si può prevedere quando e come la vicenda cambio si risolverà. Le imprese dichiarano che stanno riducendo i salari, per sopravvivere. Per non lasciare a casa nessuno, insomma. Motivazione fondata o alibi: dipende dai casi, afferma il sindacato.

Intanto però lo spauracchio di licenziare incombe e in qualche caso è avvenuto. Riuscirà la florida economia svizzera a reggere l’urto di questa onda prolungata di nome superfranco? E le società straniere, che accorrevano qui, nella porta d’Europa, con le sue condizioni appetibili, continueranno a investire qui?

Questo è il contesto in cui si gioca la partita dei frontalieri. O forse, sulla pelle dei frontalieri. Il 19 aprile si terranno le elezioni cantonali: anche qui, la posta in palio è alta e le parti politiche hanno giocato le loro carte, fin dai mesi scorsi. Anche passata l’altra onda d’urto, quello del referendum sul freno all’immigrazione straniera nel febbraio 2014.

Ci sono imprese - è il caso, subito dopo quel voto, di FoxTown - che si sono viste recapitare da partiti la lista di residenti ticinesi, da privilegiare nell’occupazione. Ci sono Comuni, come Claro ma non solo, che hanno propagandato il marchio antifrontalieri.

E ancora, c’è stato il dibattito, particolarmente intenso, nel Gran Consiglio uscente, tra idee di contingenti e la proposta dell’ecotassa per diminuire il traffico veicolare, si è precisato: ma su quelle auto ci sono persone, i nostri lavoratori.

La realtà è che continuano a guardarsi due mondi, che hanno bisogno l’uno dell’altro. L’Italia, Como, lo ammette. Il Ticino, un po’ meno, o a denti stretti. Prendiamo i dati di ieri, allora. Diversi media ticinesi leggevano la diminuzione dell’ultimo trimestre. L’organo della Lega ovviamente no: parlava di un Cantone particolarmente “colpito” (usava questo termine, sì) dalla crescita della manodopera frontaliera.

Le cifre non mentono, ma si prestano alle interpretazioni. Sì, forse passate le elezioni, le distanze saranno meno pesanti. E si potrebbe cominciare a capire - o meglio a dire a voce alta - che questo periodo è delicato e irripetibile per tutti, a partire dai due vicini, Svizzera e Italia. Che possono uscire dalla tempesta solo insieme.


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