Non si può aver paura  di salire su un treno

Non si può aver paura

di salire su un treno

Se fossimo in un paese serio, la tragedia ferroviaria di Pioltello aprirebbe un serio confronto sullo stato delle ferrovie, che non sono i treni che sfrecciano negli spot pubblicitari, ma sono soprattutto il mezzo usato ogni giorno da milioni di pendolari.

Speranza inutile. Già ieri, a pochi minuti dall’incidente, quando ancora poco o nulla si sapeva non solo delle cause, ma di quello che era successo, ecco gli sciacalli multipartito lanciarsi sulla tragedia a indicare responsabilità politiche, sempre “loro” e mai “nostre”, per sfruttare morti e feriti a fini elettorali. Rivoltante.

E’ questo il nostro guaio. Fra qualche settimana, a parte l’inchiesta giudiziaria su cause e responsabilità che durerà anni, siamo pronti a scommettere che anche di questa tragedia resterà ben poco, a maggior ragione perché siamo in campagna elettorale e ci saranno altri temi da cavalcare, altre paure da alimentare, altre categorie di elettori da blandire e illudere.

Occorrerebbe, invece, porsi qualche domanda seria sullo stato delle nostre infrastrutture. Più in generale, su dove ci stia portando la politica del tagliare e non investire, del ristrutturare servizi pubblici essenziali non per migliorarli – come vengono a raccontarci a 32 denti - ma per mascherare tagli, tagli e ancora tagli. Che, a guardar bene, si traducono in riduzioni di diritti.

Non è esagerato dire che si sta giocando con la vita della gente, di chi va in treno come di chi passa sotto un cavalcavia, per non dire di chi deve entrare in un pronto soccorso. Per investire servono risorse, d’accordo, ma servono anche idee chiare, programmazione, priorità non influenzate dalla solita deleteria politica dell’emergenza.

Per tornare ai treni, è evidente che negli ultimi anni la quasi totalità degli investimenti sia stata destinata all’alta velocità, strumento formidabile e utilissimo, ancorché più remunerativo, e che al traffico pendolare siano finite le briciole. E’ inconcepibile che in una delle aree che si definiscono, a ragione, il traino d’Europa, vi siano di norma treni stipati all’inverosimile, materiale rotabile vecchio e precario, linee a binario unico o non elettrificate, passaggi a livello che non si chiudono, ritardi cronici oltre che stazioni indecenti e servizi da terzo mondo.

Abbiamo aziende ferroviarie infarcite più di politici che di tecnici, società diverse per binari, vagoni e personale, società che dipendono da Roma e società che dipendono da Milano, che quando si deve prendere una decisione occorrono tavoli e convocazioni e lungaggini di mesi, società che non investono sulle strutture ma sono pronte, ogni 12 mesi, a ridurre le corse e a rialzare i prezzi dei biglietti Società che si fanno belle con le app e le informazioni on line, ma che quando sei a bordo di un treno ti abbandonano a te stesso, al buio, per ore.

Un incidente può sempre accadere, certo, e incidenti continuano a verificarsi in tutto il mondo. Ma che, come pare dalle prime ricostruzioni, si spezzi un binario al passaggio del treno, che due vagoni deraglino e che il treno prosegua per due chilometri come se nulla fosse, senza che parta un allarme, un avviso al macchinista, un sistema automatico di blocco, è inquietante. Punto. Non esiste che si debba aver paura di salire su un treno. Questo dovrebbe essere lo spunto per una riflessione ben più seria della comparsata a “Porta a Porta” o dell’ululato pre elettorale, consci che senza una seria politica di investimenti non si va da nessuna parte: nelle ferrovie, nelle strade, negli ospedali come nelle scuole. Non basta promettere, nemmeno nella regione motore d’Europa. Occorre fare delle scelte, consapevoli che la sostituzione di un binario o l’iniezione di cemento in un cavalcavia pericolante porti meno voti di un taglio del nastro o di una frase ad effetto. Ma forse è proprio questo il problema.


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