Ogni tanto diventiamo  un paese normale

Ogni tanto diventiamo

un paese normale

Il pericolo maggiore è che si insinuino il disincanto e la sfiducia. In altre parole la convinzione che nella vita pubblica tanto vale darsi da fare in prima persona dal momento che i problemi, piccoli e grandi che siano, non troveranno mai soluzione.

Non c’è peggiore minaccia, per la qualità della democrazia, di una diffusa rassegnazione tra i cittadini perché un tale stato d’animo, il più delle volte, ha come conseguenza quella di alimentare l’idea che le cose si risolvono in maniera efficace solo delegando a uno che pensa per tutti.

Il discorso vale per i grandi problemi e per i piccoli grandi affari di casa nostra. Pensiamo al lungolago, dopo tanti di stallo e di fronte a un tale spreco di risorse pubbliche la reazione più naturale poteva essere quella di mandare all’inferno i politici che ci hanno portato in questa situazione, staccare la spina e occuparsi d’altro.

Poteva essere ma non è stata e la prova concreta di ciò c’è stata con la campagna delle cartoline, efficace strumento, tra l’altro, per toccare con mano la vitalità della società comasca, la capacità di quest’ultima di unirsi e farsi sentire quando ci sono in gioco temi di grande rilievo. E di sicuro si deve a quella straordinaria mobilitazione popolare se oggi, a distanza di meno di un anno, la situazione si è perlomeno smossa con il “licenziamento” dell’impresa appaltatrice e un primo, certo preliminare, intervento di sistemazione e pulizia dell’area di cantiere.

La fiducia, l’impegno, in sostanza, pagano. Pagano quasi sempre. E il giornale del territorio è strumento concreto per dare voce e quindi far valere le ragioni della comunità. Capita così che negli ultimi giorni abbiamo dedicato grande spazio a una vicenda, all’apparenza minore, della cronaca cittadina. Si tratta di un camion abbandonato da nove anni nel cortile delle case Aler di via Anzani. Stava lì perché è di un’azienda fallita che ha sede in Sicilia e tra Aler e curatore non c’è stato in tanti anni modo di intendersi sulla rimozione. E’ stato, non se ne abbiano a male i due protagonisti, un dialogo tra sordi e a pagare sono stati gli inquilini, costretti a stare con un veicolo-discarica davanti alla finestra del salotto. Possibile che non se ne sia mai venuta a una? Sì, tutto vero, così mentre nel frattempo il mondo intero è cambiato, in via Anzani l’orologio è rimasto fermo al 2008, quando la Apple lanciò il primo iPhone, andarono in pensione le vecchie videocassette e Obama, pensate un po’ diventava il presidente degli Usa numero quarantaquattro.

Nove anni di stallo, poi l’appello di un residente a La Provincia e in tre giorni la questione è stata risolta. Non è un miracolo, in un Paese normale dovrebbe essere un atto dovuto. L’esito della vicenda però può servire a convincerci che sì, si può fare, vale ancora la pena darsi pena e convincersi che i problemi della città vanno affrontati e in tanti casi possono essere superati.


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