Papà ultras emergenza
educativa. Ora basta

C’è un’emergenza educativa. Ma non riguarda i ragazzi, bensì i genitori. Papà e anche mamme di giovani che praticano lo sport più bello e popolare del mondo: il calcio. E che con certi comportamenti contribuiscono a renderlobrutto e impopolare.

Ormai le cronache riferiscono con una periodicità inquietante di episodi al confine della cronaca nera (limite a volte anche varcato) che avvengono su campi in cui ventidue ragazzi dovrebbero rincorrere il pallone e farlo girare per il meglio, così come chiedono i loro allenatori. Succede invece che si verifichino altre rincorse (contro coloro che si mettono a disposizione per arbitrare questi incontri) e che a girare siano elementi estranei alla sfera di cuoio. Gli ultimi casi finiti sui giornali e avvenuti nel nostro territorio riguardano una rissa in campo culminata con il direttore di gara colpito, pare, da un genitore e un allenatore che chiede a uno dei suoi ragazzi di sbagliare un rigore per supportare un arbitro esordiente contestato in maniera pesante dal parentale pubblico sugli spalti.

In comune i due casi hanno il campionato giovanissimi, si tratta cioè a beneficio dei profani, di ragazzi di 14 e 15 anni. Tornei in cui non c’è in palio nulla se non il piacere di primeggiare divertendosi. Partite in cui un errore arbitrale non sposta certo centinaia di migliaia di euro, anzi non muove neppure un centesimo. E allora c’è da chiedersi perché questi tristi episodi avvengano con sempre maggiore frequenza sui nostri campetti. Una delle cause è sicuramente l’esempio che arriva dall’alto. Quanto avviene in serie A, praticamente ogni domenica (o sabato, venerdì e lunedì) certo non aiuta. Ma non basta a spiegare il fenomeno. In ballo c’è anche un atteggiamento che si potrebbe chiamare giustificazionista sconosciuto alle precedenti generazioni di genitori (che peraltro raramente seguivano i figli sui campi di calcio). Lo stesso approccio che spesso si ha con l’insegnante che sanziona l’alunno con papà e mamma (non tutti ovviamente) che tendono a dare torto alla prof. All’epoca, forse deprecabile, in cui maestri e maestre usavano la bacchetta, i pargoli le prendevano a scuola e poi anche a casa se lo raccontavano.

I papà, poi riguardo al calcio, riversano sui propri figli aspettative frustrate da anni di pietoso ciabattare su campacci sconnessi di periferia, attendendo un riscatto che non arriva quasi mai. Nel calcio, sarebbe meglio non scordarselo mai, ce la fa non uno su mille ma uno su centomila (stima per difetto) e, l’affermazione, è già stato sottolineato, prescinde da società, arbitri o allenatori. Se il raro dono del talento c’è emerge sempre e comunque. Se non c’è mai. Punto. Ci sono poi responsabilità delle società dilettantistiche che spesso, di fronte al papà ultras, fanno la parte degli struzzi per scongiurare il rischio che il genitore bacchettato (o rieducato) dai dirigente si offenda e porti il figlio altrove. Infine, dato che il pesce puzza sempre dalla testa, manca una politica più incisiva della Federcalcio italiana che spesso di fronte al dilagare di queste situazioni fa finta di nulla o si limita a una blanda moral suasion. Ma alla base di tutto c’è l’approccio del genitore (o del nonno e dello zio) . A coloro che hanno figli che praticano il calcio a livello giovanile sarebbe opportuno inoltrare il seguente quesito: qual è la prima domanda che ponete al vostro ragazzo di ritorno dalla partita? 1) Hai fatto gol? 2) Avete vinto? 3) Hai giocato bene? 4) Ti sei divertito? La risposta giusta è la quarta. Solo quello conta e deve contare. Non è difficile da comprendere.

© RIPRODUZIONE RISERVATA