Paratie e Lucini  Allora il Pd?

Paratie e Lucini

Allora il Pd?

E il Pd? Già il Pd della Leopolda, delle Zingarettate, del dammi solo un Minniti, di Renzi che se smontasse quell’arroganza fuori luogo e fuori tempo sarebbe anche uno che l’opposizione a questo governo dell’assurdo riesce anche farla, ma è troppo tardi, sembra il solito partito “Brancaleone alla Crociate” dell’ultimo anno e mezzo. E a Como è anche peggio. Perché anziché ridere ci potrebbe essere da piangere. Non tanto per i mezzi di contrasto usati contro una giunta che manco su una pista ciclabile di poche decine di metri sembra riuscire trovare la quadra. Bensì per il silenzio di fronte alla pesante richiesta di condanna a carico di Mario Lucini nel processo per le paratie. Proprio la stesso persona che l’allora partito di maggioranza relativa volle a palazzo Cernezzi per mettergli in mano la patata del lungolago cucinata dal centrodestra di Stefano Bruni in modo da restare indigesta e bollente al tempo testo. Quel Mario Lucini che poi una parte dem locali continuò a sostenere con lealtà, forse troppa anche, almeno nelle scelte sul cantiere più maledetto della oltre bimillenaria storia di Como. Il medesimo Lucini che una consistente e autorevole porzione dell’ establishment piddina avrebbe ricandidato per il secondo mandato se non fosse stato l’allora primo cittadino ad annunciare la volontà di tirare i remi in barca.

Lucini e il Pd, o almeno un pezzo del suo gruppo dirigente anche attuale, non sono solo occasionali conoscenti che hanno percorso un pezzo di strada assieme.

E vero che le sentenze e neppure le richieste di pena andrebbero rispettate e non commentate. Ma qui ci sono di mezzo altre questioni. Quella politica innanzitutto, che dovrebbe portare il partito quantomeno a solidarizzare con l’ex sindaco avendone condiviso le decisioni che gli sono costate il processo e la richiesta del pm. Decisioni sbagliate, almeno secondo le più che rispettabili convinzioni a cui è giunta l’accusa al processo. Ma assunte e questo lo sanno anche i sassi del cantiere delle paratie, in totale e assoluta buona fede da Mario Lucini. Il cui unico obiettivo nei tormentati cinque anni di mandato è sempre stato quello di trovare la strada che lui riteneva più breve per liberare Como dall’incubo del cantiere. Se poi abbia violato la legge saranno i tre gradi di giudizio ad accentarlo, ma dal punto di vista esclusivamente politico, la verità è solo questa. E al Pd lo sanno benissimo. Magari non tutte le scelte intraprese dall’ex primo cittadino sono state avallate dal partito. Ma neppure vi sono mai state prese di posizione di aperto contrasto. La solidarietà politica a Lucini perciò, a prescindere dal merito, sarebbe doverosa. E non si tratterebbe di andare contro la magistratura. Non a caso i padri costituenti hanno sancito la separazione dei poteri che consente alla politica, nel rispetto delle norme, di esprimere e pareri valutazioni nella libertà consentita dalla Carta senza che questi abbiamo effetti sulle decisioni delle toghe. Allora perché questo silenzio più che assordante, quando ormai è trascorsa quasi una settimana dalla conclusione dell’arringa del pubblico ministero? E ancor più rilevante è questa assenza di prese di posizione sapendo che qualcuno, all’interno del partito, il problema se l’è anche posto: quantomeno la necessità di distinguere la posizione di Lucini da quella del suo predecessore Stefano Bruni. Non è stato preso in considerazione, perché? Qualcuno risponda magari al di sopra del chiacchiericcio su primarie, congresso, candidati e spaccatura che caratterizza il dibattito interno al Pd. Questo silenzio è brutto, gelido,triste e immeritato da Lucini, di cui si può dire tutto che possa essere un testone, avere un carattere non facilissimo che abbia sbagliato alcune scelte amministrative. Ma non che non sia una persona specchiata. E allora il Pd?


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