Pertini, la politica  non è fatta solo di gesti

Pertini, la politica

non è fatta solo di gesti

“Io non sono certamente un uomo di cultura e alla cultura non attribuisco, per un politico, un’importanza decisiva. Ma qualcosa so, qualche libro l’ho letto, anche grazie a Mussolini quando mi mandò al confino a Ponza. C’era anche Pertini. Lui, l’unica cosa che leggeva era “L’Intrepido”. Il resto del tempo lo passava a giocare a briscola o a scopa coi nostri guardiani. Alle nostra discussione sul futuro dell’Italia e del partito non partecipava mai, e quando lo faceva, era solo per invocare il popolo sulle barricate. Per lui la politica era solo quella”.

Una ventina di anni fa, con la ferocia spartana che lo ha contraddistinto lungo tutto il suo percorso, Indro Montanelli, rispondendo a una lettera sul “Corriere”, citava questa confidenza fattagli in tempi non sospetti da Pietro Nenni. E la usava come chiave di volta per fare a pezzi la figura del più amato dei presidenti della Repubblica. Apriti cielo. Ne venne fuori una di quelle polemiche con tanto di volo degli stracci, lancio di gatti morti, ululati sul sacrilegio e appelli al popolo in armi contro il fascismo risorgente. Parlare male di Pertini era un po’ - e lo è di certo anche adesso - come parlare male di Papa Giovanni. Non si può. E quindi, anche solo per questo motivo, forse si deve.

L’argomento torna di stringente attualità, visto che il 15 marzo arriverà nei cinema il film-documentario “Pertini il combattente” che ripercorrerà, grazie a filmati d’epoca e plurime testimonianze, la sua vita lunghissima e avventurosa. Vista l’atmosfera, il rischio del santino incensatorio è altissimo ed è quindi lecito domandarsi quale sia stato il vero valore politico di Pertini e su quali basi appoggiasse, e appoggia ancora, la sua incredibile notorietà e l’alone di amore, affetto e simpatia che ha avvolto il suo settennato. La tesi di Montanelli, che fuor di ogni retorica sembra condivisibile, è che Pertini non sia stato per nulla un politico di grande sagacia - al contrario di Einaudi, De Gasperi e La Malfa, ad esempio - e che, in fondo, lui non fu altro che “certamente un uomo onesto, coraggioso e coerente con le proprie idee (anche perché ne aveva pochissime), ma bizzarro, imprevedibile e sempre pronto a qualche colpo di teatro”. In sostanza, chiosa lapidario il grande giornalista, uno sprovveduto.

Ora, la prima domanda che viene istintiva è come sia stato possibile che uno sprovveduto sia diventato presidente della Repubblica. Ma la risposta è semplice. Era perfetto proprio perché non aveva alcuno strumento per interferire con i poteri veri, che rimanevano così saldamente nelle mani dei partiti. Ma non è stato il primo e non sarà l’ultimo a interpretare questa parte in commedia. E’ invece più interessante capire come mai sia diventato così popolare. Il fatto è che lui, una volta insediato nello scranno più alto, ha dato libero sfogo a una caratteristica che lo aveva sempre definito, ma che ora poteva esprimersi alla massima potenza. Pertini era un demagogo. Serio, perbene, innocuo. Ma un demagogo. Un demagogo con grande fiuto del pubblico e della comunicazione. E, soprattutto, era un italiano. Un classico italiano. Un italiano pittoresco. Così tanto da finire nella più strapaesana delle canzoni di Toto Cotugno. Abbiamo versato fiumi di inchiostro per dire quanto sia italiano Berlusconi con i suoi miliardi di difetti antropologici e chi ha letto qualche libro non può non riflettere su quanto sia stato “italiano” pure Mussolini. Poi, però, ci siamo dimenticati di scrivere che anche Pertini faceva parte di quella famiglia, alla quale erano invece estraneissimi, ad esempio, Togliatti, Berlinguer e anche Craxi. Tipi umani.

Ce le ricordiamo le sue sceneggiate da primadonna dopo il terremoto dell’Irpinia, quando accusò il parlamento “di aver bocciato i disegni di legge per le misure di difesa in caso di emergenza, dimenticando che il presidente della camera che li aveva respinti era lui”. Quelle durante i giorni sconvolgenti di Vermicino, il momento dopo il quale la televisione non è più stata la stessa, perché quando è nata la “tv-verità” lui era in prima fila. Quelle retoriche, iperboliche, ditirambiche nei discorsi di Capodanno, le roride reprimende savonaroliane contro la corruzione della classe dirigente, di cui lui faceva però parte da mezzo secolo. Anche perché Pertini, per quanto si dipingesse come un diverso, un alieno, un estraneo al sistema, aveva vissuto di politica tutta la vita. E poi il calcio, con le ovazioni alla finale del Mundial e la celeberrima partita a scopa con Bearzot, Zoff e Causio sull’aereo di ritorno con la Coppa - e lui - in primo piano. E infine i bambini, signora mia, i bambini: “Non perdeva occasione di dare spettacolo seguendo in lacrime tutti i funerali, baciando torme di bambini e, insomma, toccando sempre quel tasto di patetico a cui noi italiani siamo particolarmente sensibili”. Funerali nei quali - un po’ come Malaparte nella velenosa malizia di Longanesi - sembrava voler contendere al morto il ruolo di protagonista.

È vero che c’è l’esempio morale. Non è una cosa da poco. Pertini era una persona perbene, visse e morì povero, riportò al Quirinale, dopo anni di veleni, un’aria pulita, fresca, esemplare. Ma questo non basta. La vita, soprattutto quella politica, non può essere fatta di gesti, solo di gesti. Ma di contenuti, di studio, di strategie di lungo periodo, alla faccia del popolo bue. Lui è sempre stato l’esatto contrario di questo e quindi non poteva che diventare popolarissimo. E lo sarebbe a maggior ragione oggi, con la tramontana moralista e pauperista che inzacchera questi ultimi giorni di una campagna elettorale retorica e priva di contenuti se mai ce n’è stata una. Non c’è niente da vergognarsi ad aver avuto un presidente come lui, ci mancherebbe, ma neppure nulla da ricordare o da celebrare. Sono altri gli statisti a cui dedicare un film. E lo sappiamo. Ma siamo noi i primi a non volerli. Perché a noi, in fondo, la repubblica delle banane piace proprio così.

d.minonzio@laprovincia.it

@DiegoMinonzio


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