Promesse mancate  e voto liquido

Promesse mancate

e voto liquido

I 25 aficionados dello scrivente avranno notato che da queste parti ricorre spesso una citazione di Alcide De Gasperi sull’opportunità, in campagna elettorale, di promettere sempre meno di quanto si potrà poi mantenere. Sembra solo un modo nobile di intendere l’impegno politico ma a guardar bene è anche una grande regola di marketing. Se l’elettore è un cliente, infatti, tenderà a ritornare nel negozio che l’ha trattato meglio di quanto pensasse: che ha praticato uno sconto imprevisto o proposto merce di qualità a prezzi concorrenziali.

Chiaro che non metterà più piede in quell’emporio che, dopo aver garantito convenienza, ha ritoccato verso l’alto i cartellini o propinato prodotti scadenti e costosi. Forse è una banalità, ma questo slogan che ormai ha più di 70 anni, spiega la storia politica di questo paese negli ultimi 25. La Dc post degasperiana poteva anche permettersi di non rispettare la regola perché c’era il fattore K, cioè la necessità atlantica di fare argine contro il più forte partito comunista dell’Occidente. Poi, però, una volta estinto il pericolo rosso dopo la fine dell’Impero sovietico, si è scoperto che la vecchia Balena Bianca era in fase terminale per mal governo e corruzione. Spiaggiata la Dc, assieme ai partiti alleati, e giunto il capolinea della Prima Repubblica, con la Seconda la spietata legge di marketing enunciata dallo statista trentino ha sempre trovato conferma. Chi si era rivolto a una “bottega” politica fidandosi della campagna promozionale l’ha poi abbandonata per cercarne un’altra migliore; deluso anche da questa era tornato alla precedente o aveva optato per un terzo offerente. Nonostante il proliferare di leggi elettorali cucite su misura per questo o quel partito, nessuna maggioranza è riuscita a farsi confermare alle urne dopo aver governato. E questo perché le promesse spese erano superiori a quanto mantenuto. Gli esempi sono molteplici: dal milioni di posti di lavoro che avrebbero archiviato per sempre la disoccupazione, alla semplificazione delle leggi e della burocrazia per liberare cittadini e imprese, dalle tre aliquote fiscali, alla norma sul conflitto di interessi, al federalismo fiscale che avrebbe dovuto far diventare tutto il Nord come la provincia di Bolzano, alla stessa secessione per chi la riteneva utile. Nulla è stato mantenuto e il consenso è diventato più liquido che mai. I tanti i voti in libera uscita evocati da Andreotti quando nella Dc si erano avvertite le prime crepe, non sono più rientrati in tante caserme della politica. Quanti partiti si sono gonfiati e afflosciati come una fisarmonica nel giro di una legislatura o anche meno. E si è arrivati così all’oggi, a una presunta Terza Repubblica che negli intenti di Matteo Renzi sarebbe dovuta partire con l’approvazione delle riforme costituzionali ed invece nata sulla loro bocciatura che ha travolto il Pd e il centrosinistra proprio mentre anche il centrodestra a guida berlusconiana esauriva la sua forza propulsiva. Alla base di tutto, il solito problema degli impegni annunciati che superavano di gran lunga le cose fatte.

Così è piombato sulla scena il governo del cambiamento, la saldatura di due blocchi sociali di transfughi delusi dalla destra come dalla sinistra che hanno colto delle novità nei messaggi lanciati dal movimento 5Stelle e dalla Lega che, pur restando il più vecchio movimento sopravvissuto sulla piazza politica, è stato rivoltato come un calzino da Matteo Salvini.

Ora però anche per i partner gialloverdi sembra essere giunto il momento di cominciare a fare i conti con il motto di De Gasperi divenuto una sorta di profezia. Certo, è presto per fasciarsi la testa. Anche in precedenza l’esodo dei voti si era verificato dopo qualche anno di azione di governo. Ma che il buono o il cattivo giorno si vede dal mattino cominciano a segnalarlo i sondaggi che se risparmiano la Lega, grazie anche all’eccellente lavorio mediatico del suo leader, evidenziano una prima erosione del consenso dei 5Stelle. La dura realtà dei conti e i muscoli che si stanno sgonfiando di fronte alla catastrofica ipotesi di una procedura di infrazione europea per la manovra, ridimensionano giorno dopo giorno due delle promesse più importanti contenute nel famoso “contratto”: pensioni a quota 100, agognate soprattutto al Nord e reddito di cittadinanza che ingolosisce in prevalenza il Sud. Purtroppo, a fare le spese della situazione, sembra essere soprattutto la flat tax, ennesimo miraggio di riduzione del carico fiscale che è sparita dai radar e avrebbe potuto rilanciare i consumi.

Cosa succederà ora, lo scopriremo solo vivendo. L’unica certezza è che la “legge” di De Gasperi è lì, pronta a colpire ancora una volta.


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