Se Como parla  con voce afona

Se Como parla

con voce afona

In una scena minore dell’immortale “Totò, Peppino e la... malafemmina” (quello della “lettera” e del “nojo vulemam savuar”), i due protagonisti maschili, campagnoli del sud, si trovano a un certo punto alle prese con il maitre di un ristorante milanese (l’attore Gianni Partanna) che con un tono un po’ intimidatorio gli rivela di essere lì per consigliare. Peppino si inibisce, mentre il principe De Curtis si complimenta con il “consigliere”. Tutta questa spatafiata per dire che a Como ultimamente non ci sono più consiglieri che possono consigliare perché il Consiglio comunale è stato imbavagliato. Como perciò parla con una voce afona. Come leggere altrimenti la bislacca e senza precedenti idea di cancellare sedute dell’assemblea di palazzo Cernezzi perché non c’è più niente da discutere. Lasciamo stare la demogagia pelosa del risparmio dei gettoni dopo averne sprecati tanti in sedute da pretattica per tentare di bloccare l’approvazione di provvedimenti divisivi della maggioranza o lanciare segnali politici incomprensibili ai cittadini. Eliminare una seduta di Consiglio del Comune capoluogo dove i problemi certo non mancano, significa dichiarare l’incapacità politica di un’amministrazione che, purtroppo, ha lanciato già parecchi segnali in tal senso. Perché l’assemblea di palazzo Cernezzi, forse qualcuno fa finta di essersene dimenticato, è, assieme al sindaco un’istituzione eletta direttamente dai cittadini che deve rappresentare. Per questo può essere definita la voce della città. E se rimane afona o è messa a tacere significa che anche la democrazia viene imbavagliata. Per carità, la politica, da anni, attraverso l’evoluzione legislativa, ha ridimensionato il potere dei consigli comunali a vantaggio della giunta e degli stessi uffici. Una mossa da Tafazzi, letta a posteriori in riferimento all’attuale situazione comasca, dove la macchina comunale è ancora inceppata e non in grado perciò di funzionare a pieno regime e la giunta, salvo qualche lodevole eccezione personale, non appare all’altezza dei compiti da affrontare. Un corto circuito che si chiude tappando la bocca al Consiglio comunale comunque tenuto, attraverso i vari strumenti previsti dallo statuto e dalle leggi che ne regolano l’attività, a proporre idee e soluzioni per la città e i suoi problemi.

A Dresda, proprio in questi giorni, il Consiglio comunale ha discusso una mozione di cui si sta parlando in mezzo mondo, quella sull’emergenza del nazismo di ritorno. E in questo senso, forse, si potrebbe dire qualcosa anche dalle nostre parti. Una volta in Consiglio comunale a Como si confrontavano, con passione e a volte anche durezza, visioni differenti di città, si facevano le ore piccole per discutere delle grande questioni della città. Magari non tutti i problemi si risolvevano, ma c’era l’impegno da parte della maggioranza come dell’opposizione. Di certo non mancavano gli argomenti, anzi, quasi sempre ce ne erano fin troppi. E le sedute si prolungavano. In non poche occasioni arrivavano caffè e brioche perché si era fatta l’alba e i cronisti, entrati a palazzo Cernezzi alle prime ombre della sera ne uscivano di mattina con i taccuini grondanti di appunti con cui potevano campare per giorni interi. Adesso il dibattito si è inaridito. Le questioni politiche o amministrative, alte, sono spesso ridotte a diatribe personali o lasciate fuori dall’assemblea civica .Chi ha una visione di città? Ah, saperlo… Si tirà a campare come se non ci fosse un domani che forse davvero non arriverà.

Peggio ancora se la decisione di cancellare il Consiglio, fosse davvero determinata dalla volontà di mettere il bavaglio a qualcuno considerato scomodo da altri. Potrà essere polemico, vacuo, inutile provocatore ma rappresenta sempre coloro che hanno avuto fiducia in lui: cittadini che vogliono essere rappresentati da questo amministratore. Vero , siamo nell’era della disintermediazione che ha messo in crisi tutte le istituzioni, ma il Comune resta quella più vicina ai cittadini e dovrebbero ricordarselo soprattutto quelle forze politiche che fino a poco tempo fa e, per alcuni aspetti tuttora, hanno fatto del federalismo e delle autonomie la loro principale bandiera. Insomma il Consiglio zittito è una sconfitta di tutti, ma soprattutto di una città che di cose da dire, di questioni di affrontare e di problemi da risolvere ne avrebbe per un anno intero di Consigli comunali convocati giorno e notte. Basta pensare al destino delle aree strategiche, alle questioni sociali, ai cambiamenti economici, all’incapacità di allestire eventi adeguati alla bellezza di Como. Che, con ogni evidenza, non ha una rappresentanza in grado di comprendere queste esigenze o che le subordina agli interessi di bottega e alle beghe di cortile. Tant’è che ormai del futuro della città si parla in altre sedi, anche in questo caso sono i privati a colmare le lacune e l’inadeguatezza dell’amministrazione, in una sussidiarietà tanto virtuosa quanto malata.


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