Sinistra o destra?
A Como pari sono

Cos’è la destra? Cos’è la sinistra? Si interrogava Giorgio Gaber. A Como si scoprono essere la stessa cosa. Pdl da una parte, Paco-Sel e sindacato dall’altra sono uniti nella lotta a quel capitalistone del sindaco Lucini che, in combutta con altri figuri della giunta, è impegnato in una surrettizia e bieca privatizzazione dei beni comunali al servizio delle immancabile occulte forze della reazione avverse agli interessi dei lavoratori del popolo tutto.

Eh sì, sembra essere ripiombati nel clima degli anni ’70 a palazzo Cernezzi. Il surreale dibattito sulla cessione delle farmacie comunali,

inserita in un’ottica più vasta di alienazione di un patrimonio pubblico sempre meno produttivo per le casse esangui del municipio, ha messo in moto una serie di riflessi condizionati che non sarà facile bloccare. Quello della solita polverosa sinistra, che lungi dall’osservare la situazione con il binocolo della realtà, è pronta a mobilitarsi al solo sussurrare dalla parolina “privatizzazione”. Ma anche quello di una presunta destra che scolora nel grottesco quando, pur nella doverosa necessità di interpretare il ruolo dell’opposizione, abiura uno dei presupposti della sua cultura politica: il mercato. D’altra parte la regola aurea per cui il nemico del mio nemico e mio amico funziona sempre. Poi dice che uno si butta sull’antipolitica.

Alla fine, quanto sta accadendo nel dibattito in Comune a Como sulle farmacie, è una cristallina metafora dell’involuzione politica del nostro paese. Incapace di andare oltre stereotipi culturali ormai decrepiti e di cavalcare quella modernità di cui tutti, da almeno trent’anni, si riempiono la bocca. Ecco allora che l’obbligato buon senso che anima l’azione della giunta sulla cessione dei gioielli di famiglia (illustrato in maniera impeccabile dal sindaco Lucini: se non ho i soldi per riparare il tetto della casa che fa filtrare l’acqua, i gioielli di famiglia li vendo senza pensarci un secondo), finisce per affogare in quell’ideologia d’antan sulla tutela dei pochi posti di lavoro garantiti dalle farmacie pubbliche. Se qualcuno si preoccupasse di alzare la testa e guardare oltre, peraltro, forse si accorgerebbe che il posto di lavoro, in questi tempi, non è purtroppo garantito per nessuno. Nel privato e anche nel pubblico, se si desse seguito a tante dichiarazioni di principio che raramente si tramutano in normative efficaci per la preoccupazione (che anche in questo caso è bipartisan) di conservare una quota di consenso. Se la sinistra comasca e non rimangono estranea a un approccio pragmatico e riformista, la destra comasca e non, si confermano un coacervo in cui identità e convinzioni distinte e distanti tra loro sono convivono solo grazie alle briglie strette di un liderismo ormai avviato alla frutta.

Insomma c’è qualcosa che va ben al di là del la questione delle farmacie comunali di Como. C’è l’ennesima riprova di come destra e sinistra, nel nostro paese, non riescano, non vogliano o non possano, uniformarsi a quei modelli europei che, guardacaso, riescono a governare anche nell’epoca di una crisi che sta cambiando il mondo. Da noi però le forze politiche sembrano non accorgersene e continuano a guardare la realtà nello specchietto retrovisore. Tutto il contrario dei riformismi, di sinistra come di destra. Forse il problema è ancora quello evidenziato in maniera impagabile da Leo Longanesi: «Non sono le idee che mi spaventano, ma le facce delle persone che le rappresentano».

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