Soldi a Roma: i sindaci

si uniscano nella lotta

È stato criticato per la sua missiva da fuoco (quasi) amico a Renzi, ma sarebbe sbagliato liquidare come una boutade la denuncia di Mario Lucini, sindaco di Como, sulle sperequazioni del fondo di solidarietà che penalizzano il capoluogo (e non solo come potete leggere nelle pagine di cronaca).

Perché le principali vittime di questo perverso e ancora misterioso meccanismo che regola la quota dei tributi versata dalla periferia al centro sono i cittadini con le loro tasse. Non è un meccanismo ispirato a Robin Hood che costringe i ricchi a dare ai poveri, questo fondo di solidarietà. O, perlomeno, non lo è del tutto. Altrimenti non si spiegherebbe perché Varese, altro capoluogo del profondo Nord non dissimile da Como in termini di Pil prodotto, abbia ottenuto un cospicuo “sconto” in rapporto a quanto richiesto ai contribuenti lariani. Sarà perché la Città giardino è il cuore della Lega?

Però forse l’errore sta proprio qui. Nell’andare a vedere le tonalità di colore dell’erba del vicino. I sindaci, in particolare quelli del Nord, dovrebbero fare fronte comune e notificare in maniera perentoria al Roma la richiesta di una riforma seria della finanza locale. Perché se questo è federalismo fiscale, c’ solo da ridere (non da piangere perché ormai non ci sono più nemmeno gli occhi per farlo). A meno che vogliamo chiamare tale un sistema che concede sì ai Comuni di mettere di più rispetto al passato le mani nelle tasche dei cittadini. Salvo poi, però, pretendere una più che cospicua parte di questo “bottino”. Altro che Robin Hood, qui siamo in pieno Sceriffo di Nottingham. I sindaci, che rappresentano le istituzioni maggiormente penalizzate, al netto delle responsabilità sulle politiche di bilancio locale, dovrebbero perciò fare comunella.

Perché protestare anche giustamente se a qualcun altro sono chiesti meno sacrifici significa, in ultima analisi, fare il gioco di chi ha architettato questo mefistofelico meccanismo. La solidarietà, intendiamoci, è sacrosanta. Perché la ricchezza prodotta in Italia non è uniforme. Ma deve essere praticata con equità e grano salis. Il patto tra il livello centrale e quelli periferici va ridiscusso. Questa è una riforma indispensabile anche per rimettere in marcia il Paese. Più di quella del Senato che, altrimenti, rischia di rivelarsi un occhiello privo del fiore. Devono però essere i primi cittadini a uscire dalla trincea. Negli anni a cavallo tra un millennio e l’altro, alcuni sindaci, sulla scorta della novità rappresentata dall’elezione diretta provarono a costituire un movimento trasversale chiamato delle Cento Città e finalizzato a ottenere maggiori poteri a livello locale per la gestione delle risorse e la realizzazione di opere pubbliche. L’iniziativa però naufragò a causa dell’ostilità (anch’essa trasversale) dei partiti tradizionali e anche per la difficoltà a superare le reciproche diffidenze. Forse sarebbe il momento di riprovarci.

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Francesco Angelini Capo redattore centrale

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