Tra Renzi e Germania
il problema è politico

Matteo Renzi nega diplomaticamente che ci sia un problema politico con il governo tedesco. Ma se la presidenza di turno della Ue, italiana, è in rotta di collisione con i grandi poteri economici della Germania, locomotiva d’Europa, una questione aperta sicuramente esiste.

Tale questione si chiama flessibilità e si traduce molto semplicemente, secondo quanto concordato nel vertice dei capi di governo ad Ypres, nella possibilità per i Paesi in crisi di sforare i tetti di bilancio. Come, è da decidere. In questo senso non si può dare torto al governatore della

Bundesbank, Jens Weidmann, quando sottolinea che il problema non si risolve facendo maggiore debito. Ma è anche vero che queste sono decisioni che attengono direttamente alla politica e non alla finanza, soprattutto sullo sfondo di uno scenario deflattivo. Si spiega così la brutalità con la quale il Rottamatore ha replicato che il compito della banca centrale tedesca non è quello di partecipare al dibattito politico italiano. E poi l’Europa è dei cittadini e non dei banchieri.

Sebbene le relazioni con Angela Merkel siano formalmente ottime, a palazzo Chigi non deve essere piaciuto il modo con il quale il portavoce della Cancelliera si è sostanzialmente defilato osservando banalmente che la Bundesbank è un organismo autonomo ed indipendente dal governo. Più che una presa di distanza, una presa d’atto del problema con l’Italia amplificato dalle dichiarazioni rigoriste del capogruppo del Ppe Weber. Del resto che il braccio di ferro sia in atto lo dimostra la pretesa dei rigoristi di imporre, dopo la candidatura Juncker alla guida della Commissione Ue, anche il nome di un sacerdote dell’austerity come il finlandese Katainen a ministro degli Affari economici. Il solo fatto che esso sia stata avanzato è la prova della volontà di dare subito battaglia e di non aderire alla strategia della flessibilità.

Ecco perché centristi e socialisti sono scesi in campo al fianco del premier nel tentativo di bloccare una manovra di cui la Merkel non può non essere al corrente. Pierferdinando Casini dice basta con la Germania che pensa solo ai propri interessi e fa sapere che si apre un serio problema nel Ppe. Allusione ai voti che potrebbero mancare a Juncker soprattutto se a Udc e Ncd si dovesse unire, come auspica Fabrizio Cicchitto, Forza Italia. Tra i socialisti, Nencini si chiede che senso abbia il silenzio della Spd tedesca e, sulla scia del capogruppo europeo Pittella, avverte che l’accordo sul nome di Juncker sarà confermato solo a fronte di impegni stringenti sulla flessibilità.

Ma Renzi è convinto di farcela, e di scongiurare la manovra correttiva d’autunno, se il suo piano di «restyling» dell’ Italia andrà in porto. Perché ciò accada è naturalmente necessario che riforma del Senato, del Titolo V e della legge elettorale siano approvate quanto prima. Il gioco di sponda con Berlusconi è essenziale e, a differenza di quanto si possa credere, non penalizzante per il Cavaliere. Intanto perché la tenuta dell’asse con il leader di Forza Italia afferma la centralità di una cabina di regia a due da cui i rispettivi partiti devono prendere la linea. E poi perché la tenuta del patto del Nazareno è l’unica arma in grado di evitare che le riforme scivolino nelle sabbie mobili.

© RIPRODUZIONE RISERVATA