Non basta leggere
per essere migliori

Fra le varie sciocchezze che si ripetono più spesso quando si fa conversazione c’è quella che i libri siano maestri di vita. E quanto è importante leggere e quanto è pedagogico leggere e quanto leggere faccia crescere sani e robusti e quanto leggere renda migliori, più intelligenti, più colti, più saggi, più autonomi e quanto la società abbia bisogno di cittadini che leggano e quanto il lockdown abbia rappresentato un’occasione formidabile per dedicarsi, nel silenzio del proprio romitorio, alle letture e alle riletture dei testi che cambiano la vita.

E, partendo proprio da questo assunto, è cioè di quanto per l’uomo, animale sociale per eccellenza, sia preminente leggere e condividere i buoni insegnamenti donati dalla lettura con altri animali sociali anche loro dediti alla lettura e via così, di cielo dantesco in cielo dantesco, sino alla più perfetta perfezione immaginabile per un essere umano, è stata davvero clamorosa la delusione dopo aver appreso i dati del crollo dei lettori durante i mesi della clausura forzata causa Covid 19. Zero libri per un italiano su due, - 15% di italiani fra i 15 e i 74 anni che hanno preso in mano un romanzo, riduzione del 20% dei lettori forti e abituali e pure dei genitori (-22%) che leggevano fiabe e storie ai propri bimbi.

Una Waterloo. Una Caporetto. Un disastro per niente annunciato. E quindi, vai con gli alti lamenti, le grida di disperazione, i pessimismi cosmici sulla fine della cultura e della civiltà e sulle nuove generazioni che nulla sanno, nulla leggono e nulla apprendono, sulle vecchie generazioni che nulla trasmettono, nulla insegnano e nulla educano e tutto un piagnisteo su dove andremo a finire e sull’ora più buia che scocca e sui bei tempi degli abbecedari e degli abachi che più non tornano e sul si stava meglio quando si stava peggio e quando c’era lui caro lei e via trombonando, occhiuti e grifagni, da intellettuale organico in intellettuale organico.

Ora, iniziamo a dire che leggere in quanto leggere è un nonsenso e che quello che conta non è tanto che uno legga, ma che cosa uno legge, perché se, pur di farlo, bisogna abbuffarsi di Fabio Volo, Chiara Ferragni e qualche recente vincitore dello Strega è davvero meglio non leggere affatto e riscoprire le virtù nascoste dell’analfabetismo funzionale. E infatti l’effetto devastante che i pessimi libri hanno sulle menti deboli e sprovvedute è testimoniato da due romanzi celeberrimi e straordinari che proprio su quello si basano: la follia grottesca e stralunata di Don Chisciotte è dovuta appunto all’indigestione di epopee cavalleresche che aveva caratterizzato la sua infanzia, che gli aveva riempito la testa di fanfaluche e di castelli in aria, con gli esiti tragicomici che conosciamo, e allo stesso modo la frustrazione piccolo borghese farisea e filistea e ridicola e davvero ignobile che informa Madame Bovary - uno dei personaggi più miseri e spregevoli della storia della letteratura - è anch’essa figlia di disordinate letture di serie zeta che la povera Emma aveva fatto avvelenandosi il cervello con principi azzurri, mondi di marzapane ed esistenze zuccherine. Oggi pure un cosiddetto influencer non potrebbe combinare macelli peggiori.

Fatta questa premessa, la ragione del crollo di questi mesi è stato causato, così dicono le statistiche, dal generale stato di ansia e di preoccupazione creato dalla pandemia, che ha azzoppato il piacere della lettura, dirottando le nostre attenzioni sulla ricerca febbrile di notizie su morti e contagiati, su nuove cure e futuri vaccini. E questo è il cuore della faccenda. Che è molto semplice, anche se può spiacere alle torme di cervelloni che senza i libri loro proprio non possono vivere. Bene, quando uno ha fame, vuole mangiare ed è quello il suo unico intento primario ed esistenziale, non gli interessa leggere un seppur magnifico trattato sulla storia delle carestie. Quando uno è malato, vuole guarire e non approfondire il tema della propagazione endemica delle pesti nell’Europa del Trecento. E quando uno ha paura - e mai come nei mesi scorsi abbiamo avuto tutti quanti paura, per noi, per i nostri cari, per il nostro lavoro, per i nostri beni al sole - cerca disperatamente un modo per governarla e sconfiggerla, non un testo di psicanalisi o di antropologia culturale sulle sue origini e le sue manifestazioni.

Il paradosso dei libri - e della letteratura in particolare - è che, in fondo, non servono a niente. Non aiutano, mai. Non elevano. Non rendono migliori. Non risolvono problemi. Non ti affrancano dai dati nudi e crudi del tuo essere una bestia più o meno razionale comunque e dovunque governata da istinti primari innati - sopravvivenza, possesso, vendetta, dolore, odio, solitudine - che nulla hanno a che vedere con la lettura e con la cultura. A chiunque di noi è capitato di conoscere persone coltissime, delle vere e proprie arche di scienza, che erano però individui oggettivamente meschini e squallidi - chi scrive ha presente un valido traduttore di Tolstoj che era una vera e propria merda umana - così come a chiunque di noi è capitato di attraversare momenti di dolore lancinante e profondissimo legati alla perdita di un affetto e capire come tutta la propria sapienza si rivelasse in quell’occasione totalmente inutile e ridicola, perché tutti i maestri ai quali ti sei abbeverato negli anni, in quel momento decisivo, in quell’attimo dirimente, ti piantano in asso, ti abbandonano e tu sei solo, solo con il tuo dolore, solo, solissimo, l’essere più solo dell’universo. E così è stato nei mesi della reclusione in casa, quando le nostre biblioteche, anche le più ricche, sono rimaste mute, incapaci di dirci nulla di importante e di salvifico, perché non avevano nulla da dirci.

La lettura è un lusso. Un lusso meraviglioso e impagabile, per chi lo apprezza, ma del tutto secondario rispetto alla lotta di chi è impegnato a sopravvivere. Una volta che lo abbiamo capito, allora sì che leggere acquista il suo vero significato.

@DiegoMinonzio

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