Lanzara condannato,
resta al suo posto
Sotto accusa il bando del Comune

Nessuno sapeva della pena a cinque anni per associazione a delinquere - L’amministrazione non richiede i carichi pendenti ai candidati a ruoli nelle società partecipate

Nessuno sapeva nulla della condanna inflitta a Paolo Lanzara. Cinque anni - ancorché in primo grado - per associazione a delinquere, eppure il commercialista non aveva alcun obbligo di segnalare quella sentenza al sindaco Mario Landriscina (che ha proposto Lanzara) o ad Acsm-Agam, all’atto della sua nomina nel collegio sindacale di una società partecipata da soci pubblici. E, infatti, l’informazione è stata (legittimamente, stando alle norme) taciuta.

Ma c’è di più. Perché anche dopo l’arresto di un mese fa (ai domiciliari con l’accusa di concorso nella bancarotta fraudolenta del ristorante Pane & Tulipani) e dopo che la sentenza di condanna (ripetiamo: non ancora passata in giudicato) dell’aprile 2018 è venuta a galla, Lanzara resta al suo posto.

Sotto accusa finiscono i criteri utilizzati dal Comune di Como per la designazione dei rappresentanti dell’amministrazione cittadina nelle società partecipate. Criteri che rimandano semplicemente alla legge che dichiara ineleggibili e incompatibili i condannati in via definitiva per alcuni reati precisi o oltre una certa pena, ma non coloro che hanno subito una condanna non ancora passata in giudicato (come nel caso di Lanzara).

Nessun problema, dunque, verrebbe da pensare. Ma così non è. Come spiega, ad esempio, l’avvocato di Varese Claudio Casiraghi, esperto di norme amministrative: «Non conosco il caso specifico - premette il legale - Ma in linea generale la nomina a una società partecipata da parte del sindaco è fiduciaria, quindi è un potere discrezionale del primo cittadino. Come tutti i poteri discrezionali, non vuole dire procedere a una scelta libera e immotivata, ma esattamente il contrario. Se la mia finalità è esercitare una vigilanza su un soggetto privato di cui sono socio, normalmente nel bando per le candidature scelgo le persone che fin da subito mi garantiscono requisiti alti di onorabilità. Ormai le pubbliche amministrazioni tendono a essere rigorose fin dalla segnalazione: i candidati non devono avere carichi pendenti (ovvero condanne non definitive o indagini a proprio carico ndr). Dopo la legge Severino (tanto per capirci, quella norma che fa decadere automaticamente un pubblico amministratore eletto di fronte a una situazione come quella di Lanzara ndr) molti Comuni, per garantirsi, hanno alzato l’asticella del bando inserendo l’obbligo di presentare i carichi pendenti, in caso di nomina».

Questo meccanismo Palazzo Cernezzi non solo non lo prevede, ma neppure lo auspica. Basti dire che soltanto un mese fa di fronte alla richiesta dei consiglieri del gruppo Rapinese di rafforzare i meccanismi di selezione dei candidati alla nomina di società ed enti partecipati al Comune, introducendo l’obbligo di presentazione anche dei carichi pendenti, la maggioranza ha detto: «Non se ne parla». E ha bocciato la richiesta.

Resta il fatto che, per la seconda volta in pochi mesi, l’assenza di un obbligo nell’attestare la propria situazione giudiziaria dei candidati ai ruoli in enti partecipati ha messo il primo cittadino nelle condizioni di scegliere un condannato. Era successo con Gianluigi Rossi, consulente d’azienda nominato nel consiglio di amministrazione della Como Servizi Urbani nonostante una condanna passata in giudicato per bancarotta - il diretto interessato si era dimesso dopo la notizia pubblicata su La provincia - ora accade con Paolo Lanzara.

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