«Quante imperfezioni
in quelle vite perfette»

La scrittrice e autrice cinematografica e televisiva Federica De Paolis presenterà venerdì in diretta streaming con la libreria Ubik di Como il suo romanzo “Le imperfette”

«Quante imperfezioni in quelle vite perfette»
Federica De Paolis
(Foto di Alessandro Rossellini)

Dopo “Lasciami andare”, “Ti ascolto”, “Rewind” e “Notturno Salentino”, lo scorso 9 giugno è uscito l’ultimo romanzo di Federica De Paolis: scrittrice, dialoghista cinematografica e autrice televisiva, con la sua ultima opera, “Le imperfette” ha vinto la seconda edizione del Premio DeA Planeta. Il 10 luglio, venerdì, alle 18 la Ubik di Como ospiterà l’autrice in diretta streaming sulla pagina Facebook della libreria: con lei i lettori e le lettrici potranno conoscere Anna, la protagonista del romanzo, e la sua vita. «Non esistono i tradimenti, esistono gli spazi. Ed è tra quelli che si infilano le persone» è una delle frasi centrali del libro, che racchiude molte delle riflessioni che nascono man mano che si scoprono le vicissitudini familiari, i segreti, i pensieri e le sensazioni di Anna, di suo marito Guido, dell’adorato padre Attilio, dei suoi due meravigliosi figli, Gabriele e Natalia.

Il titolo del suo romanzo assume maggiori sfaccettature nel corso della storia. Guido e Attilio – marito e padre della protagonista – hanno una concezione precisa di chi siano, le imperfette. Per lei, Federica, chi sono?

Nonostante la copertina, che peraltro io trovo bellissima, possa identificarlo come un concetto declinato solo al femminile, emerge poi chiaramente come “imperfette” siano in realtà le persone, quindi tutte e tutti. Il titolo appare quasi come un “trucco”, perché il concetto si espande, diventa più ampio e, per me, anche positivo. Io stessa mi sono resa conto della smania di perfezione che ci divora e che fa il paio con il tema dell’apparenza, altro aspetto fondante del libro. In ogni momento dobbiamo apparire in una situazione di benessere - non solo economico – in un edonismo generalizzato, proprio come succede ai personaggi. Già in una delle prime scene, quella della festa, emerge come tutti indossino una maschera, come tutti siano “agiti” e nessuno lotti per ciò che vuole.

Nonostante poi “cresca”, anche Anna, la protagonista, è caratterizzata da questa mancanza di volontà?

Sì, Anna non fa nulla per essere dentro e a contatto della sua vita, avanza nella palude, ma senza averne consapevolezza. Tutto è da lei vissuto con il “pilota automatico” perché lei non è al centro della sua esistenza. Anche Javier – quello che diventerà il suo amante - non è stato cercato: è come se lei fosse sempre passiva, protetta sotto una campana di vetro – dal padre, che effettivamente lo ha fatto per anni – e addolcita da una spolverata di zucchero a velo di ingenuità.

Molti autori raccontano di come i propri personaggi, in alcuni casi, assumano vita autonoma. Per i suoi è stato così o hanno seguito una linea e un’ispirazione iniziali?

Per i miei personaggi mi sono ispirata a “modelli” che mi sono venuti alla mente pensando a persone incontrate nella mia vita, ma estranee o incrociate per caso: alcune di esse, ad esempio, mi hanno suggerito la fisicità del personaggio. Per altri aspetti alcuni miei momenti e sentimenti personali hanno contribuito alla creazione: Anna, ad esempio, si porta dietro la sofferenza per la perdita della madre avvenuta quando lei era bambina e io stessa ho avuto un lutto familiare. Nonostante questo, Anna è stata poi una scoperta, perché è completamente distante da me, anche se tratti della sua leggerezza sono simili a quelli di mia madre. I personaggi sono comunque in parte cambiati nelle due stesure del romanzo: nella prima, ad esempio, la clinica e le sue vicende avevano molto meno spazio; su consiglio di diverse persone l’ho ampliato e così anche il ruolo di Maria Sole – altra donna emblematica - è cambiato. Nel complesso, però, diciamo che i personaggi non si sono “ribellati”, abbiamo camminato insieme e, sebbene estranei anche per il contesto sociale - molto diverso dal mio, li ho sentiti vicini.

I bambini, tra gli altri, risultano fondamentali: come sei riuscita a rendere così efficaci i loro ruoli?

Da subito ho voluto che i bambini fossero presenti in tutte le scene o quasi, perché fossero la testimonianza del disagio di Anna e della sua famiglia. Gabriele e Natalia sono entrambi molto piccoli, non possono parlare: sono presenze mute ma centrali e questo non è che lo specchio della realtà; i bambini sono davvero – come si suole dire - “spugne”, perché sanno e sentono tutto. Sono anche come specchi: Gabriele sente perfettamente che la mamma sta emotivamente andando via e “parla” con gli occhi e con i propri atteggiamenti.

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