Che grande mondiale da ripescati e vincenti

Mentre nel paese si dibatte sul 25 aprile e la minaccia del nuovo fascismo - roba fresca, roba forte - non si è dato il debito risalto a una vicenda talmente spassosa, talmente grottesca che si meriterebbe un Fellini o un Monicelli per essere raccontata a dovere. Purtroppo, però, oggi abbiamo solo i Vanzina e la Cortellesi e quindi dobbiamo fare di necessità virtù.

Tutto ha avuto inizio quando Paolo Zampolli, curioso traffichino nominato dall’altrettanto curioso Donald Trump suo alto rappresentante della diplomazia sportiva, ha avuto il colpo di genio di proporre il ripescaggio ai Mondiali di calcio della nazionale italiana, appena eliminata a pedate nel sedere dall’irresistibile Bosnia, al posto di quella iraniana. La logica di Zampolli è stringente, al limite del sillogismo aristotelico: gli Usa sono in guerra con l’Iran, i Mondiali si svolgeranno negli Usa, l’Iran è paese sgradito agli Usa. Quindi non può certo partecipare al più importante degli eventi calcistici.

E chi c’è al primo posto delle nazionali escluse? L’Italia di cui sopra, che è un paese alleato - anche se questa Meloni, se va avanti così, io non lo so… - è la culla della civiltà occidentale e quindi baluardo contro il terrorismo sciita, che non c’entra una mazza ma va bene lo stesso, ha un curriculum sportivo con i controfiocchi, secondo solo al mitico Brasile, e rappresenterebbe un oggettivo upgrade per la competizione. Tutte cose che sia Trump sia Infantino, gran capoccione del pallone planetario e uomo di mondo - pare abbia fatto il militare a Cuneo - capiscono perfettamente. E quindi Forza Italia: Make Azzurri Great Again.

Apriti cielo. Indignazione, indignazione e ancora indignazione. Giorgetti che si vergogna, Abodi che per lui è inaccettabile, Mentana che è tutto squallido e ingiusto e tutti i meglio commentatori e analisti ed editorialisti e uomini della bella politica e della bella cultura e del bello sport pane e salame di una volta, quello che piaceva tanto a Pasolini quasi quanto le lucciole, a ribadire che conta una sola cosa: il risultato sul campo. Tutto vero: c’è chi sostiene che in Italia conta solo il merito, lo hanno detto davvero. E quindi tutti uniti in una sola voce: noi così ai Mondiali non ci vogliamo andare.

Ora, se conosciamo questo povero stivale quando parte l’indignazione generale di solito o tutti mentono o nessuno sa quello che dice. Ma siamo davvero sicuri che nel nostro patrimonio genetico, nella nostra storia passata e recente, nel nostro dna etico, nel nostro substrato sportivo esista questa inflessibile volontà meritocratica, calvinista, thatcheriana? Ma non siamo noi quelli che Churchill definiva gli italiani che perdono le partite di calcio come fossero le guerre e perdono le guerre come fossero le partite di calcio, quelli che se ti danno un rigore sacrosanto contro ululano al complotto, al regime, all’arbitro venduto, ai poteri forti, agli amici degli amici ed è ora di finirla e hanno fatto piangere i bambini e la gente non ne può più e che se invece gli danno un rigore inesistente a favore uno dorme, l’altro fa finta di dormire, l’altro ancora tira lo sciacquone, il terzultimo il dottore è fuori stanza, il penultimo si gratta la pera e l’ultimo non ha visto niente perché stava riflettendo sulla caducità dell’essere?

E poi, guardiamo i nostri quattro titoli mondiali. Nei primi due c’era Mussolini e quindi sono figli del regime e quindi dovrebbero essere privi di qualsiasi valore, soprattutto dopo aver visto le foto di Pozzo, Meazza e Ferraris IV che fanno il saluto romano belli, garruli e impomatati e quindi il politicamente corretto dovrebbe averne già chiesto la revoca un po’ come Cristoforo Colombo il razzista, Pietrangelo Buttafuoco l’amico di Putin e gli israeliani da boicottare perché in fondo i veri nazisti sono loro. E invece niente. Tutto tace. I due Mondiali in camicia nera non si toccano. Evidentemente Mussolini ha fatto anche cose buone.

Di quello del 1982 non parliamone nemmeno. Due anni prima era finita in galera mezza serie A per lo scandalo delle scommesse, che ci ha fatto fare una figura di palta planetaria da paese del terzo mondo, quale siamo, e regalato all’inarrivabile Peppino Prisco uno dei suoi aforismi più taglienti - “il Milan è andato in B due volte: la prima a pagamento, la seconda gratis” - la buonanima Paolo Rossi si era beccato tre anni di squalifica, naturalmente ridotti in appello a due, giusto in tempo per essere convocato, fare pena per tutto il girone preliminare (compreso il biscottissimo pareggio con il Camerun) e poi diventare un’ira di Dio nella fase finale. Con colpo di spugna all’italiana per tutti i condannati una volta vinta la finale. Togliatti ha amnistiato i fascisti, la Federcalcio i terzini e i centravanti, tanto per dire il livello.

Mondiale 2006, stessa solfa. Nuovo scandalo, arbitri&intercettazioni, Moggi&Giraudo con tanto della squadra del Padrone spedita tra le risate generali in serie B, nuova figuraccia planetaria e ovviamente nuovo trionfo sul campo tra il casuale e il predestinato con tutta l’ossatura della nazionale di proprietà della società che truccava i campionati. Più chiaro di così.

Manco Flaiano avrebbero tirato fuori una sceneggiatura del genere. L’Italia. Gli italiani. I soliti italiani. I soliti italiani spaghettari, baffo nero mandolino, fanfaroni, lazzaroni, chiacchieroni, cialtroni, albertosordi, traffichini, furbastri, paraculi, servili, traditori, pittoreschi, pagliacceschi. Come si fa a non vedere nel ripescaggio dello zio d’America la discromia, il segno del destino - l’ennesimo - di una vittoria già annunciata, di una sceneggiata strappalacrime della nostra eterna araba fenice alle vongole che risorge tutte le volte dalle proprie ceneri per prendersi il mondo, proprio mentre il mondo ride di lei?

Confessiamo quello che siamo, accettiamolo, accogliamo da veri parassiti il dono che i padroni del vapore vogliono fare a noi pinocchi, a noi brighella, a noi gioppini. Siamo qui tutti sugli attenti per servirli, riverirli e farli divertire. Il Circo Italia è sempre pronto ad andare in scena.

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