Così Trump ha ucciso l’economia liberale
Il commento Dalla Nato ridotta a contratto commerciale agli attacchi contro Ue e Vaticano: il trumpismo non è una parentesi politica, ma una sfida strutturale all’ordine liberale costruito dagli stessi Stati Uniti
Lettura 2 min.Dopo quasi un anno e mezzo dal suo insediamento, Donald Trump ha fornito all’opinione pubblica tutti gli elementi per capire che, come ha scritto Sergio Fabbrini sul Sole 24 Ore, il suo nazionalismo non è una semplice postura retorica, né un banale slogan elettorale. “America First”, infatti, costituisce la traduzione politica di una visione del sistema internazionale che collide con i principi della democrazia liberale. In questo senso, il presidente degli Stati Uniti non rappresenta l’ennesimo “incidente della storia”, ma una sfida strutturale a quell’ordine che gli stessi Usa hanno costruito nel secondo dopoguerra.
Una politica estera transazionale
Alla base di questa visione vi è una ridefinizione radicale dell’interesse nazionale, del tutto inedita, che non accetta di essere mediato da istituzioni, regole e alleanze stabili. La politica estera assume, così, un carattere apertamente “transazionale”: ogni relazione è negoziabile, ogni impegno revocabile, ogni cooperazione subordinata a un ritorno tangibile. In questa prospettiva, anche le alleanze storiche sono destinate a diventare strumenti del tutto aleatori e contingenti. La Nato, per decenni architrave della sicurezza euro-atlantica, viene derubricata ad un prosaico accordo contrattuale da rinegoziare in funzione dei costi e dei benefici per Washington. In questo quadro, il rifiuto del multilateralismo non è un effetto collaterale, bensì una scelta consapevole e coerente: per gli Usa le istituzioni internazionali costituiscono solo un ostacolo alla libertà d’azione necessaria per dispiegare una politica di potenza.
Il protervo atteggiamento nei confronti dell’Europa e, recentemente, anche del Vaticano, si inserisce perfettamente in questa logica. Donald Trump non ha perso occasione per esprimere posizioni apertamente ostili e sprezzanti contro l’Ue, soprattutto sul piano commerciale e normativo, interpretando l’integrazione europea non come una componente dell’ordine occidentale, ma come un potenziale concorrente. Il sostegno, anche finanziario, ai partiti nazionalisti presenti in Europa, obbedisce ad un preciso progetto di smantellamento dell’Unione europea. In proposito, sarebbe utile rammentare il “National Security Strategy” per capire la profonda idiosincrasia che il tycoon americano nutre nei confronti dell’Europa, entità “parassitaria” governata da politici “stupidi e ingrati”. Risulta lecito chiedersi se le reiterate invettive contro l’Ue siano soltanto le folli esternazioni di un matto o “costituiscono gli epifenomeni di una strategia comunicativa difficile da comprendere” (De Robertis).
Le relazioni con gli altri Paesi ormai per gli Stati Uniti sono diventate di natura eminentemente affaristica
A parte questo, risulta evidente che, con l’avvento del trumpismo, gli Stati Uniti non si pongono più come garanti di un sistema aperto, ma sono gli attori di un neo-mercantilismo di spiccata matrice nazionalista che intendono utilizzare qualunque strumento per garantirsi l’accesso a risorse, mercati e vantaggi strategici. In quest’ottica, per gli Usa la stabilità globale è solo una variabile subordinata esclusivamente all’interesse nazionale. Una simile concezione dei rapporti tra Stati finisce per legittimare un ordine internazionale strutturalmente instabile a causa della natura eminentemente affaristica delle relazioni tra grandi potenze improntate ad una perenne competizione.
L’ambiguità della visione di Trump
Ed è proprio qui che il nazionalismo di Trump rivela la sua ambiguità più profonda: nel tentativo di rafforzare la posizione degli Stati Uniti nel breve periodo, il presidente Usa rischia di erodere le condizioni che ne hanno sostenuto la leadership nel lungo termine. Tra le suddette condizioni occorre annoverare l’Europa che, malgrado la storica subalternità all’alleato americano, oggi si vede beffardamente umiliata dalla spocchia di Trump che, in questo delirio senza fine, non ha esitato a sbeffeggiare perfino Giorgia Meloni che lo ha sempre idolatrato. Gli insulti dei nazionalisti restano uno degli spettacoli più macabri della natura perché, dopo avere odiato gli altri, i nazionalisti finiscono sempre per odiarsi tra loro. Come diceva Marx, “la storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa”.
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