Europa in mezzo al guado: ora cambi

L’Unione europea va avanti o indietro? Sta in mezzo, a metà strada. Giovedì, in un castello in Belgio, si riuniscono i leader dei Ventisette per definire tempi e modalità delle iniziative volte a rilanciare la crescita economica.

Si discuterà anche delle due “grandi incompiute”, i Rapporti di Draghi sulla competitività e di Letta sul mercato unico: entrambi del 2024 e a lungo applauditi (specie il primo), di fatto sono rimasti nelle retrovie delle buone intenzioni. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, aveva assicurato che le conclusioni dell’ex presidente della Bce sarebbero diventate la “bussola” del suo secondo mandato, mentre il cancelliere Merz (che probabilmente non ne condivide tutti i contenuti) ha ricordato che solo il 10% del dossier è stato attuato. Lo stesso Draghi ha avvertito come la stima di 800 miliardi di investimenti l’anno, la quota che aveva suggerito, sia oggi insufficiente. La macchina bruxellese è molto lenta e accelera solo quando la casa comune brucia: sia la fine del vecchio mondo che la strategia predatoria di Trump costringono l’Europa a far quadrato e ad immaginare nuove forme di integrazione per investire massicciamente in tecnologia, sicurezza ed energia e prepararsi ad una trasformazione industriale a livello continentale. Il mercato unico, ancorché incompleto, è una delle più grandi aree economiche al mondo e rappresenta una forza strutturale dell’Ue: nel 2023 l’Unione, principale partner commerciale di oltre 70 Paesi, è stata il maggior esportatore ed importatore di beni e servizi.

Il più forte incentivo ad agire sono i dazi di Trump e la coercizione economica della Cina: da qui gli accordi con il Mercosur, temporaneamente sospeso, e con l’India. Ma il “gioiello della corona”, come è stato definito il mercato unico, ha perso smalto, perché la perdita di competitività dell’Europa è in parte autoinflitta: la Commissione (come riferisce il sito “Il Mattinale Europeo”) è criticata per aver rinunciato a rimuovere gli ostacoli più politicamente controversi. E così, fra pressioni esterne e barriere interne, la base industriale si sta erodendo. Secondo il Fondo monetario, i «dazi interni» imposti alla libera circolazione, denunciati a suo tempo da Draghi, equivalgano a un balzello del 44% sui beni manifatturieri e del 110% sui servizi. La marcia forzata del mercato unico è figlia di problemi tutti interni all’Ue, gli stessi che le impediscono di decidere e che vanno oltre il conflitto fra sovranisti e federalisti. A un anno e mezzo delle proposte dei due Rapporti, il debito comune resta un tabù (si veda la Germania), diversi Paesi rimangono gelosi del loro diritto di veto perché temono di finire nell’angolo, l’unione dei mercati di capitali è frenata da chi non vuole rinunciare alla propria autonomia finanziaria e lo stesso vale per le politiche fiscali. Qualcosa di buono s’è visto sulla deregolamentazione, la parte più facile.

Per superare questo blocco, Draghi ha proposto un “federalismo pragmatico” ed è questa la dimensione politica del suo recente discorso all’Università di Lovanio, interpretato come la risposta europea più allineata e coerente all’apprezzato ragionamento del premier canadese Carney che ha indicato la base teorica dell’Occidente per replicare alla chiusura dell’ombrello americano. Se l’Europa è nell’impossibilità di farsi Stato, e se alla lunga il diritto di veto diventa un alibi per paralizzare il meccanismo decisionale, è necessario procedere con i volenterosi nei settori in cui si possono fare progressi, con quelli disponibili ad andare avanti con le geometrie variabili, come da tempo sostiene anche Prodi. Il precedente che ha fatto scuola è l’euro nato 25 anni fa per iniziativa di 12 Paesi, diventati 21 oggi.

Altrimenti succede quel che è avvenuto con l’umiliante accordo sui dazi americani, dove l’Europa ha visto il proprio potere commerciale usato come leva contro la sua dipendenza in materia di difesa. La reazione europea alle mire di Trump sulla Groenlandia ha corretto l’immagine di una Ue sottomessa, ma non ha risolto la questione. Tuttora alcuni leader continentali, a partire dai governi italiano e tedesco, continuano a minimizzare, mentre il discusso segretario generale della Nato, l’olandese Rutte, ha dichiarato all’Europarlamento che la difesa europea è un «sogno che non si realizzerà mai». «Non c’è stata una singola scelta dell’egemone predatore che abbia ricevuto una risposta adeguata da parte della Commissione», ha scritto sul “Sole 24 Ore” di domenica l’autorevole analista Sergio Fabbrini, per il quale Ursula von der Leyen «ha smarrito la sua missione di individuare e promuovere un interesse comune». Forse per la prima volta la signora tedesca del Partito popolare - in difficoltà nei rapporti con l’Europarlamento e con la sua stessa maggioranza, in particolare socialisti e liberali - comincia ad essere messa in discussione: è parte della soluzione o sta diventando parte del problema?

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