Giggino, il governo  e un amore infelice

Giggino, il governo

e un amore infelice

Il Mes, chi era costui? Pare che esistano più italiani a conoscenza del significato della “mirra”, che ormai ci siamo, che non di quello del fondo salva stati, salva banche, salvati tu che a me ci pensa il buon Dio. E allora qui non c’entra il Manzoni con il suo Carneade. Il Mes-chi-era-costui è solo un protesto sullo sfondo di una storia da feuilleton di fine Ottocento, una storia d’amore infelice come tante che videro vittime e protagoniste tante innocenti e illibate fanciulle d’antan e fecero sospirare altrettante pulzelle in fiore in perenne attesa della puntata successiva, e che non sia mai l’ultima. Che invece sarebbe da agognare questa volta perché questa volta per un amore (politico eh, per carità) infelice è lui: Giggino. O sventurato, costretto dal padre padrone Beppe, per salvare il patrimonio di eletti di famiglia, a promettersi a quel Nicola del Pd così freddo, noioso e incolore, mica come il fratello uscito dai romanzi di Camilleri. Un matrimonio di interessi, celebrato poi, sale sulla ferita del cuore, da quel cardinal Giuseppi più spregiudicato di un Mazzarino che pure aveva benedetto l’altra unione, quella che in fondo lo sventurato Giggino brama con quel Matteo ribaldo e sfacciato ma a cui è difficile resistere (sempre di politica stiamo a narrare). Un ritorno di fiamma che entrambi non disdegnerebbero dopo che la loro storia di una sola estate era svanita forse tra i fumi di quell’assenzio che oggi chiaman Mojito, caduta tra le stelle di San Lorenzo.

f.angelini@laprovincia.it
Francesco Angelini Capo redattore centrale

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