Il Como corre veloce, la città resta ferma?
Questa proprietà venuta da lontano ci ha messo, in un certo senso, spalle al muro: noi siamo qui, siamo imprenditori (quindi facciamo business), giochiamo a carte scoperte, hanno detto. Il sasso, meglio il macigno, l’abbiamo gettato nello stagno. Bene, a qualcuno interessa?
Oggi tutto corre veloce. Lo dice anche Cesc Fabregas, dopo la vittoria che dà al Como la certezza della qualificazione a una coppa europea. Tutto corre veloce, si consuma sui social e nelle dirette streaming, quasi non c’è il tempo di godersi il momento, di festeggiare questo traguardo emozionante dopo tanti anni di delusioni. Tutto corre veloce e i primi ad averlo fatto sono stati proprio i proprietari del Como 1907: in una manciata di anni sono riusciti a creare da zero un brand e a consolidarlo, ma anche a inanellare una serie di successi sul campo frutto di programmazione, scelte intelligenti e quel pizzico di follia che non guasta. Celebriamo il risultato sportivo, una vetta che nemmeno si osava sognare qualche tempo fa, seguendo partite a Trezzo d’Adda o Scanzorosciate. Facciamo quindi un monumento a Suwarso, Fabregas, Ludi, alla squadra.
Ma dalle 14.27 di ieri, 10 maggio 2026, si apre anche un altro capitolo della storia scritta dalla società di viale Sinigaglia. Ed è un capitolo che non riguarda solo gli appassionati di calcio, ma la città e il territorio tutto.
Perché giocare in Europa vuol dire un ulteriore salto di qualità da affrontare: siamo pronti? O meglio, vogliamo prepararci a dovere? «Suwarso sindaco», dicono tanti sostenitori azzurri con il dono della sintesi proprio di chi confeziona striscioni da curva, e davvero sta tutto in queste due parole il senso della rivoluzione attuata in un battibaleno dai signori indonesiani: hanno dimostrato a una Como sonnacchiosa, litigiosa, avvezza a specchiarsi nelle bellezze paesaggistiche ricevute in dono senza meriti, che anche qui… si può fare. Persino qui. Si può costruire qualcosa di nuovo, ravvivare la città con eventi e musica, colorarla (di azzurro), renderla attrattiva per visitatori stranieri (anche giovani!). E allora scatta immediato il riflesso: ecco le gelosie, le invidie, i “ma chi sono questi?” e tutto il campionario del manovratore che non vuol essere disturbato.
Questa proprietà venuta da lontano ci ha messo, in un certo senso, spalle al muro: noi siamo qui, siamo imprenditori (quindi facciamo business), giochiamo a carte scoperte, hanno detto. Il sasso, meglio il macigno, l’abbiamo gettato nello stagno. Bene, a qualcuno interessa?
C’è in ballo un piccolo tema, una cosa da niente, si chiama nuovo stadio. E qui non è affatto solo pallone, è un pezzo di città da ridisegnare e non un pezzo qualsiasi. Sono appalti, posti di lavoro, 15mila persone da gestire ogni due settimane in pieno centro. Un problema o un valore aggiunto? Un fastidio, quella partita e tutto il contorno, o un’occasione? Sarà ora di decidersi, perché il Como nel giro di due anni è passato dalla serie B a una coppa europea. Ripetiamolo: in due anni. Corre, corre, corre. Qui stiamo a guardare, salvo poi lamentarci? O vogliamo salire sul treno per creare insieme qualcosa di utile alla collettività? Oppure si può scegliere l’opzione - legittima, ovviamente - di salutarli con un “no, grazie”. Però si batta un colpo, almeno stavolta.
Non vorremmo ritrovarci, il 10 maggio 2027, a scrivere di un altro brutto risveglio da un sogno bellissimo. Un altro «ops, che peccato, è andata male, ma è colpa di chi non sa fare squadra, la solita Como». Come con il Politecnico, la Ticosa, la tangenziale...
Per adesso, grazie Como.
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