Il debito italiano scommessa per il futuro

Da ieri gli occhi sono puntati su Marrakech dove è in svolgimento l’incontro annuale del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e della Banca Mondiale. Per alcuni giorni la località turistica in Marocco diventa la capitale della finanza internazionale. Seguirà la riunione dei ministri delle Finanze del G20 e dei governatori delle Banche Centrali a conferma del fatto che il globo è interconnesso, e ciò che si fa casa viene poi giudicato fuori casa. In questo contesto l’Italia si presenta con il terzo debito mondiale dopo Giappone e Grecia ( se si escludono Eritrea e Sudan) e deve rassicurare i mercati.

Il differenziale fra i titoli di Stato tedeschi e italiani è salito in questi giorni sino a superare la barriera psicologica del 2%, salvo poi rientrare di poco. Vi è diffidenza anche perché nella nota di aggiornamento al documento di economia e finanza (Nadef) per i prossimi tre anni il debito di fatto cala pochissimo. Dal 140,2% al 139,6% del 2026, questo significa che se la Grecia continua nella riduzione delle sue esposizioni, alla fine l’Italia si ritrova al secondo posto nella non invidiabile classifica dei Paesi più debitori. Tutti fattori che creano un senso di incertezza.

La domanda che va posta è perché ad ogni stormir di fronda i mercati subito si allarmano per la situazione finanziaria italiana. In fin dei conti la Francia con il 111% ha un debito di poco inferiore all’ Italia e la vocazione francese al deficit di bilancio è ben nota e tuttavia i mercati non si allarmano più che tanto. Per non parlare del Giappone al 258% del pil.

C’è sicuramente un problema di percezione che le instabilità politiche degli ultimi sessant’anni hanno consolidato ma il vero problema è la stagnazione assimilabile ad una palude che blocca un Paese fra i più industrializzati al mondo e lo costringe a subire la gogna dell’eterna incertezza. La scarsa competitività delle attività economiche è da ricondursi non solo all’ interno delle aziende ma in tutto l’apparato organizzativo e amministrativo del Paese.

Se per esempio un’impresa deve impiegare personale tempo e denaro per assolvere pratiche amministrative non snelle è costretta poi a far fronte dei costi. O si ripartiscono sul prezzo del prodotto finito o sui lavoratori o sull’organizzazione aziendale. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico definisce la produttività “lavorare in modo più intelligente e non necessariamente di più”. L’ Irlanda per esempio ha impiegato nel 2016 il 56% degli investimenti totali in Ricerca e Sviluppo. E’ la scommessa del governo italiano che punta ad accelerare gli impieghi del Piano di ripresa e resilienza e già conta per il 2024 di dare pratica attuazione a progetti per oltre 10 miliardi.

Ma, appunto ,è una scommessa. Il taglio del cuneo fiscale è stato salutato con interesse da Confindustria e di certo porta vantaggi nelle buste paga ma costa anche uno scostamento di bilancio. Il deficit infatti crescerà dai quattro miliardi previsti dal governo Draghi per il 2024 a quattordici.

Se teniamo presente che al 2026 manca un anno alle elezioni politiche e i governi non amano tagliare le spese pubbliche per non scontentare gli elettori ne deriva che fra quattro anni il debito sarà più o meno come adesso. Vi è tuttavia una variabile: se al governo riesce di portare a termine l’ impiego dei fondi messi a disposizione dal Next Generation EU e soprattutto le riforme ad esso legate è possibile che la crescita si consolidi e quindi le preoccupazioni dei mercati vengano meno. E a Marrakech si notano i primi sintomi di un mutamento. Alfred Kammer capo del dipartimento europeo del FMI dice che la crescita dell’1,2% prevista per il 2024 dal governo è ragionevole e quindi possibile. Un’ apertura di credito che aiuta.

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