Il Ministro a rischio: una tegola pesante
Nordio può perdere il posto dopo la richiesta di grazia per Nicole Minetti
Se nelle prossime 24 ore la Procura generale di Milano appurerà che la richiesta di grazia per Nicole Minetti, vagliata e approvata dal ministero della Giustizia prima di essere inviata al Colle per la firma del Capo dello Stato, conteneva elementi di falsità non accertati, cioè se saranno confermate le notizie riportate nell’inchiesta di un quotidiano, noi non scommetteremmo un centesimo sulla permanenza di Carlo Nordio sulla poltrona di ministro della Giustizia.
Sarebbe un tale vulnus al rapporto fiduciario del Guardasigilli con il presidente della Repubblica da comportare le sue immediate dimissioni. E Nordio, che già si porta sulle spalle la bocciatura al referendum della «sua» riforma sulla magistratura, deve anche questa gigantesca grana alla capo di Gabinetto, da lui graniticamente protetta, dottoressa Giusi Bartolozzi, fatta dimettere di recente perché coinvolta in altri pasticci, da ultimo le accuse ai suoi colleghi magistrati, ma prima il caso Cospito e poi il pasticcio del libico Almasri. E adesso le rivelazioni su Nicole Minetti, l’ex igienista dentale divenuta consigliere regionale della Lombardia, protagonista dello scandalo delle «Olgettine», cui è stata concessa da Mattarella la grazia dalle sue pendenze penali per l’asserita necessità di un minore in particolare situazione cui solo lei avrebbe potuto (ormai il condizionale è d’obbligo) assicurare la cura e l’assistenza.
Responsabilità
Bartolozzi ormai è fuori (è tornata tra i suoi colleghi magistrati che lei considera «plotoni d’esecuzione») e ha poco da perdere, quindi solo Nordio si dovrebbe caricare la responsabilità dell’imbarazzo in cui è stato posto addirittura Mattarella. Che l’umore del presidente non sia dei migliori lo si è capito dal tono imperativo della lettera inviata dal Colle al ministero della Giustizia: voglio chiarimenti, e subito.
L’uscita di Nordio sarebbe un’altra tegola sul governo nell’anno elettorale che è cominciato decisamente male per Meloni. Dopo la sconfitta al referendum, cui sono seguite svariate epurazioni dalla squadra di governo, è stata finora tutta una corsa in discesa: le parole contro la premier di Trump e la rottura del presunto «rapporto privilegiato» con la Casa Bianca, e poi il licenziamento elettorale dell’amico e alleato Orban, e ancora la mancata uscita dell’Italia dalla procedura di infrazione per eccesso di deficit (per la sciocchezza di 600 milioni sulle migliaia di miliardi della spesa pubblica) che impedisce a Giorgetti di comporre la prossima legge di Bilancio in formato «elettorale», e la cui conseguenza è il no ripetuto della Commissione europea a concedere la sospensione del Patto di stabilità. Come se non bastasse la Lega si agita sempre di più - e proprio contro l’Europa: «Faremo da soli» - e Forza Italia sotto la direzione dei fratelli Berlusconi comincia a guardarsi intorno.
La goccia che fa traboccare il vaso?
Adesso Minetti, un nome che riemerge dai tempi buissimi dell’ultima fase berlusconiana, quella del «Bunga Bunga»: ecco, l’uscita di Nordio - che negli ultimi tempo dopo la sconfitta referendaria si era come fatto di fumo, scomparso dalle cronache - potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso? Domanda legittima perché è sempre viva nella maggioranza la tentazione di andare subito alle elezioni per non passare l’ultimo anno ballando la triste danza dell’anatra zoppa. Perdipiù mentre intorno a noi il mondo va a rovescio, ci sono due guerre, rischiamo la recessione e la Confindustria prevede addirittura «la più grave crisi energetica della storia». Tanto varrebbe affrontare subito la battaglia quando ancora i sondaggi sono benevoli e non farsi rosolare come tutti i governi entrati nella fase finale in condizione di grande debolezza. Abbiamo cominciato questo articolo con un «se». Se Nordio si dimette. Può darsi che non accada. Sarebbe un sospiro di sollievo per Palazzo Chigi. Ma non si può, per come stanno adesso le cose, non metterlo in conto.
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