Il sogno del web si spegne in cronaca

Ti sembra che tutto cambi e invece non cambia mai niente. Se c’è una morale, una pedagogia profonda nella penosissima vicenda di Chiara Ferragni e della sua beneficenza pilotata e in quella ancor più penosa della pizzaiola suicida probabilmente a causa di una campagna di odio sulla rete, beh, la morale è proprio questa.

E cioè il vanificarsi sempre più definitivo, e con tratti addirittura grotteschi, di quel sogno infantile ingenuamente partorito agli albori dell’era digitale - che poi risalgono a solo un pugno di anni fa - secondo il quale il web avrebbe costituito la nuova agorà, la nuova piazza completamente, totalmente e permanentemente democratica, il luogo aperto a tutti dove tutti avrebbero potuto parlare, tutti avrebbero avuto diritto di tribuna, tutti avrebbero potuto approvvigionarsi gratuitamente di contenuti, cultura, informazioni, sapienza e conoscenza, dove i soliti e stantii e occhiuti padroni del vapore non avrebbero più avuto il monopolio sulle nostre vite, perché noi avremmo finalmente eliminato ogni intermediazione dolosa, pelosa e omertosa, dove saremmo stati davvero in colloquio con gli altri, davvero capaci di incidere sulla realtà, sul formarsi dell’opinione pubblica comune, sul libero dispiegarsi delle coscienze e bla bla bla…

Bello, vero? Peccato che siano tutte balle. Non c’è niente di democratico e di liberale e di libertario e di fraterno e di condiviso e di empatico e tutto il resto della retorica da cioccolatino che volete voi nel grande fiume della vita digitale, che non è affatto un grande fiume che scorre, ma una grande palude che stagna, una grande poltiglia, una grande fogna, nel peggiore dei casi. E che ti fa cogliere, come intuito in un corsivo davvero illuminante e degno dei suoi giorni migliori firmato da Michele Serra e pubblicato su Repubblica qualche giorno fa, nei due ultimi casi di cronaca relativi ai pandori della Ferragni e alla recensione (forse) falsa della pizzaiola, tra le decine che vengono sfornati ogni giorno, la prova provata che la storica, atavica, addirittura eterna cesura orizzontale della società, da quando mondo e mondo, tra chi ce l’ha fatta e chi non conta una mazza, tanto per essere chiari, non è affatto smentita, cancellata e ribaltata dall’avvento dell’universo digitale, ma paradossalmente addirittura confermata e approfondita. Perché tra loro e noi, tra quelli che sanno stare in società e quelli che passano la vita nel più oscuro, grigio e negletto anonimato non c’è mai né mai ci sarà alcun punto di contatto. Altro che il trionfo della democrazia definitiva.

Le élite, le nuove élite, non useranno in un prossimo futuro i social del popolo bue, perché avranno a loro disposizione strumenti sempre più filtrati, selezionati, affinati, sicuramente costosi ma di alto livello, di importante profilo, grazie ai quali potranno attingere a contenuti verificati, affidabili, disaggregati, commentati, approfonditi. Un universo digitale di fatto “privato”, “nobile” e rigorosamente esclusivo nel quale loro e solo loro navigheranno in mari protetti, ordinati e sorvegliati. Una nuova terrazza, un nuovo salotto, un nuovo caminetto dove si fanno le cose vere, si prendono le decisioni importanti, si approvano le strategie decisive. La stanza dei bottoni quattropuntozero.

Nei social, quelli che conosciamo adesso con tutto il loro fango, il loro spurgo e il loro schifo, rimarranno invece a sguazzare e a grufolare tutti gli altri. Cioè noi. Immersi fino al naso nelle pozioni sciogli pancia di Vanna Marchi, le intemerate ululanti e sudaticce del geopolitico etilista che annuncia la fine del mondo con lo scolapasta in testa, l’attempata stagista che un minuto prima discetta su Gaza e sul ritorno del fascismo e un secondo dopo partecipa come primo giurato alla gara delle torte in faccia, le roride risse da osteria a forza di “badi a come parla!” e “badi a come parla lei, altrimenti mi alzo e me ne vado!”, il macaco sul triciclo, la Donna Barbuta, l’Uomo Salsiccia, il premio Nobel che balla il tip tap, la romanziera femminista analfabeta, l’asceta terrapiattista, il ministro sovrappeso che mangia tre cannoli in diretta e che sbraita “dagli al negro!”, i ciarlatani, i masanielli, i mestatori, i truffatori, i buffoni, i fanfaroni, i chiacchieroni, i cialtroni. Tutti al Circo Medrano.

È già così. E lo sarà sempre di più nei prossimi anni, destinati a vedere il proliferare di enormi, immense, sterminate piazze digitali popolate da masse amorfe, ottuse, incolte che non vorrebbero frequentare i social dei ricchi anche se potessero, perché gli mancherebbero comunque gli strumenti culturali, e che moltiplicheranno per mille i peggiori istinti già mirabilmente colti e fustigati, in tempi non sospetti, da Manzoni nelle pagine dell’assalto ai forni e che passeranno le giornate a lottare nel fango, a darsi la caccia a forza di insulti, minacce e diffamazioni, a sghignazzare sul filmato dei gattini nella lavatrice. Una poltiglia informe senza cultura, senza censo, senza alcuna idea né possibilità di prendere il famoso ascensore sociale - che oltretutto non c’è, perché non scende mai sotto il terzo piano - che mentre si abbruttirà motteggiando sul campionato europeo di lancio del nano (anche se adesso non si può più chiamarli così), avvelenandosi la vita e perdendo tempo, gli altri, quelli che abitano altri lidi, altri mondi, soprattutto altri web, decideranno le sorti del paese e del mondo. Come è sempre stato e come sempre sarà.

Solo degli individui – non massa, non popolo, non gente: individui! - profondamente strutturati potrebbero evitare di cascare mani e piedi dentro questa trappola. E a tal proposito aveva proprio ragione don Milani, che non è per niente nel Pantheon di chi scrive questo pezzo, ma che sul tema ha scritto parole come pietre: «Il padrone sa mille parole. Tu ne sai cento. È per questo che lui è il padrone». Ma sul disastro della famiglia, della scuola e della politica servirebbe un altro lungo discorso…

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