C’è chi il mistero della Pasqua è stato capace di scolpirlo in una manciata di versi, andando come sempre controcorrente. Così il grande sacerdote-poeta David Maria Turoldo nella raccolta “Canti ultimi” (1991), uscita a pochi mesi della sua morte, mentre stava affrontando una personale “via crucis” imposta dal cancro al pancreas: «No, credere a Pasqua non è / giusta fede: / troppo bello sei a Pasqua! / Fede vera / è al Venerdì Santo / quando Tu non c’eri / lassù. / Quando non una eco / risponde / al suo grido / e a stento il Nulla / dà forma / alla Tua assenza».
Questa poesia è, non per caso, citata da uno dei maggiori biblisti viventi, il cardinale Gianfranco Ravasi, nell’articolo con cui per il tredicesimo anno consecutivo ha dato un prezioso contributo all’ormai tradizionale numero monografico de “L’Ordine”, che uscirà domani con il nostro quotidiano. Oltre a Turoldo, Ravasi rispolvera anche un altro grande poeta friulano, Pier Paolo Pasolini, e numerose fonti canoniche e apocrife per accompagnare noi lettori in un viaggio sempre nuovo nel significato della festa che celebra la resurrezione di Gesù.
Questo numero pasquale de “L’Ordine” non poteva che partire dalla martoriata Terra Santa, cui dedica un breve saggio il vaticanista Francesco Peloso. La testimonianza di fede, e rispetto per i diritti umani, del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, è già arrivata in tutte le case attraverso i telegiornali, ma altre no: dai pellegrini bloccati in varie località del Medio Oriente alla sorprendente, e positiva, esperienza di un gruppo di archeologi dell’Università “La Sapienza”, che hanno potuto scavare per tre anni nella basilica del Santo Sepolcro, trovando sostegno e coesione dal basso, ovvero dalle diverse comunità religiose ed etniche che a Gerusalemme hanno sviluppato forme di civile convivenza ben diverse dagli strali che si lanciano leader politici e religiosi di opposte fazioni via etere.
Come ogni anno, approfondiamo una delle tante tradizioni legate alla Pasqua: questa volta tocca alle uova. Ne scrivono due storici dalla mente curiosa e dalla penna brillante, come Sergio Valzania, già direttore dei programmi radiofonici della Rai, e Pieralvise Zorzi. Sono passati trecento anni da quando furono create le prime uova di cioccolato (ripiene, quelle cave arriveranno molto dopo) e l’invenzione è contesa tra i maestri cioccolatai della corte del Re Sole e una vedova torinese. Ma l’uovo come simbolo di nascita e rinascita, del mistero della trasformazione della materia inanimata in nuova vita, è ben più antico, come ci raccontano i nostri esperti: dagli egizi, ai greci, ai romani, lo si ritrova in quasi tutte le grandi civiltà pre cristiane. Oggi è particolarmente caro ai cristiani ortodossi, per i quali la Pasqua supera per importanza anche il Natale. Nei paesi dell’Est, però, non di cioccolato sono fatte le uova. E le più celebri sono quelle prodotte in Russia, prima della rivoluzione bolscevica, dall’orafo degli zar Peter Carl Fabergé.
Suggella “L’Ordine” pasquale un’omelia inedita di papa Benedetto XVI, tratta da un libro recentemente pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana, in cui quel grande teologo che è stato Joseph Ratzinger, affronta e spiega con parole semplici la simbologia dell’ultima cena. E la poesia di Pasolini citata da Ravasi? Qualcuno è curioso di leggerla? Si intitola “Ciant da li ciampanis” (“Canto delle campane”). E questo è il testo originale in dialetto friulano: «Co la sera a si pièrt ta li fontanis / il me paìs al è colòur smarìt. // Jo i soj lontàn, recuardi li so ranis, / la luna, il trist tintinulà dai gris. // A bat Rosari, pai pras al si scunìs: / io i soj muàrt al ciant da li ciampanis. // Forèst, al me dols svualà par il plan, / no ciapà pòura: io i soj un spirt di amòur // che al so paìs al torna di lontàn». L’avete capita? Chi avesse difficoltà con la lingua di Casarsa, il paese natale di PPP, domani su “L’Ordine” troverà una traduzione d’autore, scritta dello stesso cardinale Ravasi.
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