L’eterno ritorno del virologo televisivo
In queste ultime ore l’allarme hantavirus sembra rientrato. Ma non illudiamoci. Prima o poi un nuovo virus sterminatore arriverà e noi come al solito - siamo o non siamo la repubblica delle banane? – ci faremo trovare impreparati. E a quel punto i virologi faranno proprio l’immortale aforisma di don Pietro Savastano: «Ci ripigliamo tutto quello che è nostro».
Lettura 3 min.Loro ci guardano. Ci osservano. Ci spiano. E soprattutto aspettano. Con acuta saggezza e pazienza infinita. Aspettano. Aspettano. E ancora aspettano. Perché sanno perfettamente che prima o poi tornerà il loro momento.
E’ con una certa malinconia e una punta di sollievo, molto più profonda della paura, che in questi giorni, dopo l’individuazione di un focolaio di hantavirus su una nave da crociera, abbiamo visto far di nuovo capolino sulle pagine dei giornali, nelle arene dei talk show e sulle meglio piattaforme digitali una figura che tanto segno ha lasciato di sé nelle recenti stagioni di noi casalinghe e casalinghi di Voghera: i virologi da salotto televisivo.
Avevano spadroneggiato, negli anni cruenti, folli, grotteschi e terribili del Covid, avevano scalzato a pedate e a ceffoni dal palcoscenico della grande commedia nazionale i politici imbelli, gli amministratori inetti, gli statisti de noantri, travolti dal virus sconosciuto e completamente incapaci - proprio come noi dei media - di prendere una decisione, dare una linea, indicare una via. Si erano appropriati della materia – che era ed è indubitabilmente la loro materia, su questo non c’è da fare alcuna ironia – e avevano iniziato, per acclamazione, a spiegarcela in tutti i suoi prodromi, le sue premesse, le sue diagnosi, le sue prognosi. Un trionfo di dati, diagrammi, proiezioni, provette, mascherine, vaccini, starnuti, lavaggi e contro lavaggi di mani, incubazioni, quarantene, isolamenti. Una tale arca di scienza da lasciarci sgomenti. Ma anche raggianti: per fortuna c’era qualcuno di autorevole, mica quei cialtroni dei nostri eletti, a cui potersi aggrappare in quei giorni davvero terrificanti.
Diciamoci la verità, al di là della tragedia, delle morti, delle rianimazioni e delle polmoniti interstiziali - un ricordo talmente da brividi ancora oggi da spingerci a rimuoverlo integralmente - quella per loro, i virologi da salotto televisivo di cui sopra, è stata una stagione meravigliosa. Fino a un minuto prima del mefitico 2020 questi non li conosceva nessuno, rintanati nei loro laboratori e nei loro reparti ospedalieri. Un minuto dopo il “Paziente Uno” di Codogno, gli si è aperto un mondo. Sempre in prima fila. Sempre in prima pagina. Sempre in prima serata. Un collegamento dietro l’altro, un canale dietro l’altro, un social dietro l’altro. Ogni ora ogni giorno, tutti i giorni. Ed era tale e tanta la richiesta affannosa di competenze che i virologi, a un certo punto, non bastavano più. Ne servivano sempre di nuovi, sempre di altri, sempre in maggior numero, da ogni angolo del Belpaese, catapultati dal più assoluto anonimato alla scintillanza delle star della televisione e del giornalismo nazional popolare. Proprio come il fantaccino di Napoleone che trova nello zaino il bastone di maresciallo.
Solo che, come sempre avviene quando di mezzo ci sono quei curiosi personaggi che sono gli esseri umani, nel giro di poche settimane gli eminenti scienziati, gli autorevoli cattedratici, gli aulici dottori e professori sono stati presi dalla malìa della notorietà, intrappolati dalla ragnatela della vanità, circuiti dal prurito del narcisismo e quindi abbiamo iniziato a vedere quello che mentre svelava i segreti dell’universo mondo si esibiva nel suo profilo migliore, quello che inforcava occhialetti colorati da influencer, quello che lui era sempre stato di sinistra e aveva sempre creduto nei valori umanistici, quello che non è che ci tenesse ma se gli avessero offerto un posto in Parlamento avrebbe bevuto per amor di patria l’amaro calice, quella che nel tempo libero leggeva Tolstoj e Yourcenar e che in bikini faceva ancora la sua porca figura, quell’altra che lei era dovuta andare in America per ottenere i giusti riconoscimenti perché nell’Italia patriarcale comandano sempre quelli lì, quell’altro ancora che aveva fatto il militare a Cuneo, quello spiritosone che lui ce l’aveva più lungo di tutti e bla bla bla.
E poi, ormai capricciosi come star hollywoodiane anni Venti, hanno pure iniziato a battibeccare tra di loro, a farsi i dispetti, a smentirsi e contro smentirsi, perché quello della scuola di pensiero A dava del pirla a quello della scuola di pensiero B, che nel frattempo irrideva quello della scuola di pensiero C mentre tutti e tre davano addosso agli eresiarchi della scuola di pensiero D. E che toni, che piglio, che occhi di bragia nello sbugiardarsi a vicenda tra pro Vax, no Vax e forse Vax e che combattimenti, che cornate tra maschi alfa, che galli nel pollaio, che lotte nel fango mentre noi povericristi passavamo notti insonni cogitando sull’Astrazeneca, il Moderna e lo Pfizer, i nuovi Moloch, nuovi Monoliti, i nuovi Totem del querulo e indifeso omino del terzo millennio.
Poi, grazie al cielo, il Covid è passato e loro, come spettri al canto del gallo, sono spariti, scomparsi, dissolti, finiti in naftalina. Come se non fossero mai esistiti. E noi, poveri ingenui, pensavamo di essercene liberati per sempre. Ma loro sapevano perfettamente che il tempo, la globalizzazione, le centinaia di milioni di turisti in perenne viaggio nei quattro angoli del mondo prima o poi gli avrebbero dato soddisfazione. E si sono messi in attesa. Lupi solitari. Cellule in sonno. Ultracorpi nel baccello. Androidi alle porte di Tannhauser. E hanno aspettato, aspettato e ancora aspettato. E quando dalla pancia della malcapitata nave da crociera olandese in navigazione verso Tenerife è sbucato, un po’ come il cucciolo di Alien, il focolaio dell’hantavirus delle Ande, ecco, in quel momento magico i virologi da salotto televisivo hanno capito che era l’ora di tornare in scena.
In queste ultime ore l’allarme sembra rientrato. Ma non illudiamoci. Prima o poi un nuovo virus sterminatore arriverà e noi come al solito - siamo o non siamo la repubblica delle banane? – ci faremo trovare impreparati. E a quel punto i virologi faranno proprio l’immortale aforisma di don Pietro Savastano: “Ci ripigliamo tutto quello che è nostro”.
@DiegoMinonzio
© RIPRODUZIONE RISERVATA