Ma il lupo cattivo c’è solo nelle fiabe

L’incontro con il lupo - non solo in natura, anche in un’area protetta - è per chiunque abbia avuto la fortuna di poterlo vivere un’esperienza dai contorni mistici.

Tutto il resto - leoni, tigri, scimmie, elefanti, coccodrilli - è esotismo, è zoo, è circo, è intrattenimento, la classica scampagnata da weekend nella quale la famiglia del Mulino Bianco porta i bambini a vedere quanti e quali strani e variopinti animali popolino il vasto orizzonte che si stende ben al di là della sua villetta a schiera. Tutta roba poco interessante, a dir la verità.

Il lupo no. Il lupo “è” la nostra storia, la nostra cultura, il nostro io profondo, metafora vivente di un mondo antichissimo, con tutti i suoi misteri, i suoi richiami, la proiezione di tutte le nostre paure più ataviche e inconfessabili. Non a caso, sul lupo esiste una letteratura infinita che passa attraverso l’antropologia, la psicanalisi, la poesia, il mito, l’epica, l’allegoria (basti solo pensare alla Divina Commedia), i racconti della vita dei santi (basti solo pensare a san Francesco). Insomma, la nostra identità primigenia prima della modernità. Una presenza profondissima che affonda le radici nei nostri fantasmi più ancestrali. Al lupo, al lupo, appunto.

E’ per questo motivo che si è scioccamente ironizzato sul racconto davvero disperato che Michele Serra ha fatto della morte del suo cane, sbranato dai lupi nell’Appennino di Piacenza dove il noto giornalista e scrittore vive da molti anni. Chiunque abbia un cane sa perfettamente che il dolore provato dalla sua morte è inferiore solo a quello di una persona cara e chi dice “in fondo, era solo un cane” è un pirla, perché anche nel rapporto tra uomini e cani c’è, dall’Odissea in avanti, una dimensione millenaria che rappresenta un pezzo della nostra identità.

Nel suo articolo, Serra pone il problema del rapporto sempre più difficile tra la crescente presenza dei lupi in Italia (circa 3.300 esemplari secondo le ultime stime) e chi vive e anche chi pratica l’allevamento nelle zone alpine e appenniniche. A suo avviso, benché sia un convinto difensore della necessità dei grandi predatori per l’equilibro dei nostri boschi, è un problema fuori controllo che andrebbe risolto. Anche se non sa in che modo, visto che è in atto da anni uno scontro fra due ideologie: quella dei cacciatori invasati che vorrebbero sparare a tutti i lupi e quella dei talebani animalisti che vorrebbero invece salvare ogni singolo capo. Gli esperti, conclude, si confrontino e trovino una formula per una convivenza diventata ormai impossibile, altrimenti chi si ostina a voler vivere nelle aree interne verrà indotto ad andarsene spopolandole ancora di più e in maniera irreversibile.

Il ragionamento del giornalista è serio e molto ben argomentato. Ma è sbagliato. Perché si basa su un presupposto che in natura, nella natura vera, non ha senso. E cioè sulla convinzione di poter sopravvivere su questo pianeta senza altri animali che non siano quelli da compagnia o da allevamento o da zoo o da circo e quindi non si possa accettare che esistano bestie che non si comportino come previsto dal galateo della civiltà moderna. E cioè che non si comportino bene. E cioè che predino. Perché i predatori è questo ciò che fanno. Predano. E’ la loro natura. E il cane non tenuto al guinzaglio, ma lasciato libero di correre nei boschi, è una preda. Pensate un attimo al vostro simpatico gattino, che se non fosse rimpinzato di crocchette e scatolette passerebbe le giornate a cacciare. E che caccia comunque (ricordiamo le quotidiane stragi di lucertole, topi e uccellini), anche se non ha fame. Perché questa è la sua natura. Anche il simpatico gattino, nel suo piccolo, è un predatore. Invece noi ci siamo messi in testa che negli spazi colonizzati dagli esseri umani non possa esserci posto per nient’altro. La montagna come se fosse il centro della città, senza margini di rischio, senza presenze non educate, civilizzate, urbanizzate. Da qui discendono le torme di escursionisti della domenica che vanno sui sentieri in ciabatte e poi finiscono nei dirupi o salgono in quota in maglietta e poi finiscono assiderati. E’ evidente che tutto questo non ha senso.

Ora, il primo mito da sfatare è quello della crescita illimitata della popolazione dei lupi, che invece cresce velocemente all’inizio per poi appiattirsi e stabilizzarsi nel tempo. Altro falso mito è quello della loro pericolosità, visto che prima delle stragi del secolo scorso che li portarono vicini all’estinzione, i lupi in Italia erano circa 20mila e non si è mai registrata un’aggressione a un uomo. Perché il lupo, che è un animale intelligente, appena vede un essere umano scappa. Poi, le predazioni sugli allevamenti, secondo i dati forniti dal Wwf, sono attorno allo 0,07% del totale, una percentuale irrisoria. Ogni capo predato dà diritto a un risarcimento e con l’utilizzo dei recinti elettrificati e dei cani da guardiania (forniti gratuitamente dagli enti preposti) le predazioni si abbattono dell’80%. E se adesso cervi, daini e cinghiali sono fuori controllo e causano danni gravissimi alle colture e incidenti stradali, anche nei nostri territori, è perché non hanno abbastanza nemici naturali che ne equilibrino il numero. Questo significa che di lupi non ce ne sono troppi. Ce ne sono pochi.

E’ la dimostrazione che il problema non è nei numeri, che sono risibili, ma in un sostrato tutto ideologico che dimentica quello che dicevamo all’inizio è cioè che stiamo parlando di un animale che è alla base della salute nei nostri boschi e alla base della nostra cultura profonda. E che invece trasforma il lupo in una proiezione, una metafora del selvaggio, del non civilizzato, del nemico, del criminale, del diverso che vive fuori dalle norme e dalle convenzioni condivise. Il lupo diventa così il cattivo per antonomasia, il soggetto di mala razza che va eliminato a prescindere perché ogni cosa è colpa sua. E’ un atteggiamento mentale diffusissimo. Ci ricorda qualcos’altro, putacaso?

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@DiegoMinonzio

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