Progetti Cariplo per cambiare la città

È ormai una tradizione comasca: quando arriva l’assegnazione più corposa dei finanziamenti che la Fondazione Cariplo concede ai territori lombardi, ci si divide. L’altra volta il dibattito fu tra il campus e la sistemazione di Villa Olmo, alla guida della città c’era il centrosinistra con Mario Lucini sindaco ed era passata la seconda ipotesi, tutt’ora, a distanza di nove anni ancora incompiuta.

Adesso di fronte all’amministrazione provinciale, che con altre realtà economico e sociali punta sul polo di alta formazione al San Martino, c’è palazzo Cernezzi che pensa invece a un intervento radicale sul sistema museale della città.

Giuseppe Guzzetti, a lungo alla guida della Fondazione, uno che arriva da lontano e perciò è in grado di guardare lontano, spiega che dovrebbe essere premiata una proposta in grado di “cambiare la città. La domanda è scontata: quale dei due risponde ai requisiti? Forse entrambi, ma dipende come saranno realizzati.

Partiamo dal secondo, voluto dal sindaco Alessandro Rapinese certo per convinzione, ma anche, a pensar male, per non lasciare il pallino in mano al “politico” Fiorenzo Bongiasca, presidente della Provincia che rappresenta quella politica che l’attuale primo cittadino ha sempre contrastato. Per ora non si sa molto dell’idea di palazzo Cernezzi.

Certo non manca di fondamentali: ai musei di Como servirebbe proprio, e non appaia un ossimoro vista la natura di queste strutture, una rimodernata.

Se questa riuscisse a essere funzionale a un’ampliamento dell’offerta turistica anche in un ambito culturale di eccellenza (essere la città di Alessandro Volta potrebbe e dovrebbe essere qualcosa che va oltre le scritte sui cartelli che comunicano l’inizio del territorio), allora sì si potrebbe davvero parlare di cambiamento e forse l’ipotesi che lo stesso Guzzetti ha definito “sorprendente” potrebbe trovare anche altri sostenitori nell’ambito economico e sociale, oltre che, ovviamente, culturale cittadino. Rapinese però dovrebbe essere capace di superare le sue resistenze personali o impolitiche che siano, e aprirsi di più al dialogo e anche alla raccolta di contributi per realizzare il progetto.

Sul discorso del San Martino c’è qualche elemento in più. E’ certo che la volontà è quella di rinvigorire la scuola più comasca che c’è per le sue evidenti interazioni con la storica realtà economica del territorio cioè il Setificio, per poi affiancarla, all’interno di un’area che da decenni attende di essere rivitalizzata, con altre realtà formative sempre funzionali alle richieste del mondo produttivo locale. Bene anche l’idea di mantenere una valenza sociale, lasciando degli spazi a uso sportivo (la convalle è priva di un campo di calcio a undici per le società giovanili e necessità di altre strutture funzionali alla pratica di altri sport) e magari anche una fruibilità come parco urbano.

Se però, anche qui, si vuole seguendo l’indicazione di Guzzetti, realizzare qualcosa in grado di cambiare veramente la città, sarebbe opportuno anche capire come si intende progettare gli spazi lasciati vuoti dal trasloco del Setificio e magari di altri istituti ora inseriti nel tessuto urbano della città.

L’esempio della Ticosa, con il suo connotato ormai epocale di area dismessa e prossima a una riconversione al ribasso (il parcheggio per quanto utile) non è incoraggiante. Come non appare tale la sorte toccata a tante altre ex realtà industriali abbandonate e trasformate con funzioni residenziali e commerciali di cui forse adesso non si sente il bisogno. Cambiare la città significa anche andare oltre la mera rendita fondiaria.

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