Terra santa, la sicurezza è un’urgenza per i popoli

L’analisi Il governo israeliano ha giustificato con la tutela della sicurezza il divieto di accesso alla Basilica del Santo Sepolcro al Patriarca e al Custode di Terra Santa: ma le motivazioni sono inconsistenti

Con le ragioni di sicurezza i governi possono motivare azioni o provvedimenti ingiustificabili. Rientra in questa categoria il veto della Polizia israeliana a raggiungere la Basilica del Santo Sepolcro per celebrare in privato la Messa delle Palme imposto ieri mattina al Patriarca di Gerusalemme, il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, e al Custode di Terra Santa, fra Francesco Ielpo.

Un divieto condannato trasversalmente dai partiti italiani, dal governo Meloni e da alcuni altri Stati. Nel pomeriggio la stessa Polizia israeliana ha spiegato che dall’inizio dell’«Operazione Ruggito del Leone», che Tel Aviv conduce insieme agli Usa contro l’Iran, «tutti i luoghi sacri della Città Vecchia sono stati chiusi ai fedeli, in particolare quelli sprovvisti di aree protette, al fine di salvaguardare la sicurezza pubblica». È un’area considerata «zona di conflitto» per via dei missili di Teheran che hanno raggiunto anche Gerusalemme con frammenti caduti proprio in vicinanza del Santo Sepolcro.

All’interno vive una comunità francescana

Fino a qui le motivazioni ufficiali che appaiono però molto inconsistenti. Per almeno due ragioni: c’è una comunità francescana di una decina di frati che vive stabilmente (notte e giorno) all’interno del Santo Sepolcro insieme ad altre comunità cristiane. Se la Basilica è zona a rischio chiusa ai fedeli, al Patriarca e al Custode, perché non lo è per chi vi abita e vi prega quotidianamente? Perché non procedere all’evacuazione di quei residenti se la loro vita è in pericolo così come Israele trasferisce altrove i suoi abitanti da aree che possono essere raggiunte da missili iraniani o degli Hezbollah? Va poi garantita la libertà di scelta di chi si assume la responsabilità di restare in zone pericolose, come del resto accade per i giornalisti che frequentano la Cisgiordania e Israele ma non la Striscia di Gaza, ancora chiusa alla stampa internazionale.

Un tentativo di mettere a tacere Pizzaballa

È invece molto più probabile che il governo Netanyahu abbia voluto evitare che il Patriarca Pizzaballa desse voce al malessere per le gravi conseguenze della guerra in Iran e in Libano e alle tragiche condizioni di sopravvivenza dei 2 milioni di residenti a Gaza, dove ingegneri dell’esercito israeliano stanno trasformando la «linea gialla» che doveva essere provvisoria in una frontiera permanente. La popolazione è ora nella metà della Striscia, con una densità abitativa salita a 10,8mila residenti per km quadrato in tende ed edifici diroccati. Con la stessa densità l’Italia avrebbe 3,4 miliardi di abitanti. Il Cardinale bergamasco è una voce autorevole, stimata ed equilibrata che ha seguito, una biografia di lungo corso vivendo a Gerusalemme dal 1990. Peraltro la sua nomina a Patriarca sollevò critiche dell’area palestinese più radicale perché succedeva all’arabo giordano monsignor Fouad Twal che a sua volta prese il posto del palestinese monsignor Michel Sabbah, e perché Pizzaballa ha studiato all’Università ebraica di Gerusalemme.

Un rapporto storicamente complicato

La vicenda di queste ore si ascrive dentro un rapporto quantomeno storicamente complicato fra Israele e le comunità cristiane residenti, arabe e quindi ritenute contigue alle posizioni palestinesi (senz’altro nel chiedere pace e libertà e la soluzione dei due Stati). Comunità peraltro che devono fare fronte anche al fondamentalismo religioso di Hamas e della Jihad islamica e all’impoverimento economico che ne ha determinato la riduzione della loro presenza al 2% rispetto al numero di abitanti complessivi della regione. I rapporti fra Stato ebraico e Vaticano sono disciplinati dallo «status quo», un firmano del 1852 che stabilisce i diritti di proprietà e di accesso delle comunità cristiane nei luoghi santi, il cui rispetto è stato ribadito dall’Accordo fondamentale del 1993 fra le parti. Ma da anni ad esempio è vietato ai cristiani di Betlemme di raggiungere la Città Santa per le preghiere di Natale e di Pasqua.

Di fronte a questi fatti l’Italia può continuare a tenere una posizione reticente quando non complice con il governo Netanyahu , come avvenuto per Gaza?

Ieri la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato che il divieto al Patriarca latino e al Custode di raggiungere il Santo Sepolcro «costituisce un’offesa non solo per i credenti, ma per ogni comunità che riconosca la libertà religiosa». Non è in discussione il diritto di Israele a difendersi dai suoi nemici sancito dalla Statuto dell’Onu. Conosciamo però gli obiettivi dichiarati dell’estrema destra religiosa al potere: non parlano di sicurezza ma con baldanza della Grande Israele, per annessione di territori dal significato messianico e per espulsione di popolazioni. Inoltre la colonizzazione della Cisgiordania iniziata negli anni ‘90 è inarrestata, fino agli attacchi violenti dei coloni estremisti che incendiano villaggi (è successo anche a Taybeh, l’unico a maggioranza cristiana) e requisiscono terre palestinesi nell’impunità totale. Di fronte a questi fatti l’Italia può continuare a tenere una posizione reticente quando non complice con il governo Netanyahu , come avvenuto per Gaza? Dovrebbe essere invece una priorità attivarsi per costruire una sicurezza complessiva della regione e dei popoli che la abitano.

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