Vivere l’emozione che può dare la giustizia

“Mamma mia che tempismo”. Eccoli. La sentenza per il sequestro e l’omicidio di Cristina Mazzotti è appena stata letta. E “loro” già emettono (nei commenti social) la propria personalissima e inappellabile condanna contro la giustizia. Colpevole di aver impiegato cinquant’anni ad arrivare a una sentenza. Detta così, 50 anni per una sentenza, fa certo impressione. Ma non si può liquidare una vicenda complessa con uno slogan. E poi: se ribaltassimo il punto di vista per una volta?

Se provassimo a vedere il bicchiere mezzo pieno, anziché crogiolarci nello sport nazionale della lamentela sempre e comunque? Se usassimo lo sguardo dei famigliari di Cristina, ad esempio, che hanno quindi tutto il diritto di dire la loro al riguardo? Se lo facessimo scopriremmo che chi in questi cinquant’anni ha convissuto con il dolore quello vero (e non la finta empatia da social), di fronte alla sentenza letta ieri non ha commentato: “Che tempismo”. Ma, con gli occhi lucidi, ha detto che bisogna credere nella giustizia. Lottare per essa, perché non puoi darla per scontata. Eppure c’è. Esiste. E dà speranza.

Ecco, se dovessimo portarci via due immagini dall’aula della Corte d’Assise di Como dopo la giornata di ieri, entrambe parlerebbero di speranza. Ma non per la sentenza e, soprattutto, non per le condanne. Nessuno gioisce per due ergastoli. Nessuno - se non i cinici - gioisce per la gente dietro le sbarre a vita. I fotogrammi che regalano una luce, nella storia di una diciottenne morta dopo un mese trascorso nel buio di una buca sottoterra, sono: le parole della famiglia Mazzotti, e i volti giovani, puliti, seri, interessati, attenti che hanno atteso la sentenza tra il pubblico.

Essere in quell’aula affollata di studenti, ieri, faceva bene al cuore.

Avete presente il refrain su questa gioventù d’oggi che “diocelamandibuona”, incapace di tutto e appassionata di nulla, annoiata, e perennemente incollata ai social? Spazzato via con un clic, ma non di mouse o di tastiera: di fotocamera.

Vederli, quegli oltre settanta studenti di quarta e quinta superiore, molti provenienti addirittura da Milano, alzarsi in piedi all’ingresso in aula dei giudici chiamati a leggere la sentenza, era quasi commovente. Un giovane esercito senz’armi se non quelle della curiosità, del senso di giustizia, della sete di conoscenza, del desiderio di vedere. L’aula di Corte d’Assise trasformata in un’aula di scuola. E, finita l’udienza, la lezione la fanno i famigliari della vittima mentre insegnano ad aver fiducia nella giustizia.

L’uomo è disfattista per sua natura. Sbuffa. Ama i complotti e si lagna che nulla funziona. Perché è facile liquidare tutto con un semplice gesto della mano. Pensare che se la propria vita non viene come vorremmo, è per colpa sempre di qualcun altro. Meglio se quel qualcun altro è lo “Stato canaglia”. Ma forse quel tipo d’uomo, anziché pensare di aver capito tutto del mondo dopo aver letto distrattamente un post sui social, dovrebbe fare come quei ragazzi: entrare in un’aula di giustizia e vedere cos’è davvero un processo. Assistere a cosa vuol dire giudicare qualcuno per reati così gravi.

Ecco, bisognerebbe essere tutti come Leonardo. Uno studente di Milano delle superiori che, con la sua maglietta di Libera, non si è perso una singola udienza del processo. C’è sempre stato. E c’era anche ieri, quando si è sentito male ed è stato soccorso da un’ambulanza. Niente di grave, per fortuna. Ma, mentre veniva portato via, gli amici giurano di aver letto chiaro il dispiacere nei suoi occhi. Non per il malore. Ma per non aver potuto vivere quell’emozione fino all’ultimo. L’emozione della Giustizia.

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